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Truppe USA via dall’Iraq. Per preparare l’attacco all’Iran? Stampa E-mail
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Pontifex.RomaTruppe Usa via dall’Iraq con dieci giorni di anticipo. Fine dei combattimenti, dopo sette anni e mezzo di guerra nel paese (alcuni la chiamavano “missione di pace” per non rivelare le pur evidenti finalità geopolitiche di un’autentica occupazione, giustificata da interessi petroliferi). L’ultima brigata americana è giunta in Kuwait. “Ma la missione cambia la sua natura solo dal 31 agosto” – fa sapere la Casa Bianca – quando il contingente Usa, con compiti di assistenza (vedremo…) alle truppe iraquene sarà di 50mila uomini. La guerra in Iraq ha portato al rovesciamento di Saddam Hussein, caos e morte nel Paese. L’importazione non richiesta della cosiddetta democrazia è costata tantissimo, non solo in termini economici e di vite umane agli invasori, ma anche in termini religiosi. Infatti, dalla defenestrazione di Saddam i cristiani, fino ad allora liberi di praticare il culto in uno Stato in cui sono una minoranza, hanno subito la repressione ...

... e la persecuzione. Ora la guerra pare virtualmente finita, addirittura con oltre dieci giorni di anticipo rispetto al calendario stilato dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Una guerra, quella in Iraq, decisa dall’allora presidente Usa George W. Bush, convinto che Hussein possedesse armi di distruzione di massa (che non sono poi state mai trovate). Una guerra che ha portato a spaccature in Europa, visto che la Gran Bretagna e la solita Italietta appiattita sulle posizioni americane hanno combattuto al fianco degli Stati Uniti, mentre paesi come la Francia hanno guidato quello che si può definire un ‘fronte del no’.

Bush aveva dichiarato la fine dei combattimenti in Iraq il primo maggio del 2003, in un famoso discorso, quello della ‘Mission Accomplished’ a bordo della portaerei Lincoln, al largo di San Diego in California. In realtà i combattimenti sono durati molto più a lungo, con oltre 4mila morti militari americani e decine di migliaia di vittime irachene, e tensioni fortissime nel biennio 2006-’07. Si è dovuto attendere il cosiddetto ’surge’ del generale americano David Petraeus, nel 2007, per iniziare a vedere una progressiva stabilizzazione forzata della situazione nel paese.

Il ritiro di tutti i militari è in calendario entro la fine del 2011.

Obama ha deciso il ritiro dall’Iraq anche per rafforzare l’impegno americano in Afghanistan, l’altra guerra degli Stati Uniti in questi anni, dove i militari Usa e Nato sono attualmente 150mila circa. Guerra di importanza geopolitica, se considerata nell’ottica dell’avvicinamento progressivo alla Russia da parte degli USA, che per concludere il proprio dominio su tutto il mondo deve evidentemente sfondare verso est e cercare l’accerchiamento dell’ “ex” superpotenza guidata da Putin.

Ma la situazione economica americana è disastrosa e Obama al minimo della popolarità. Alcuni analisti, con argomentazioni piuttosto solide, prevedono un crack che potrebbe essere determinante anche per le sorti dell’economia europea, se l’attuale amministrazione non riuscirà a trovare sistemi concreti per risollevarla.

Alla porta della Casa Bianca bussa sempre lo storico alleato (o meglio il simbiotico amico) Israele, che fa pressione per la propria presunta necessità di protezione/aggressione. Ovviamente nessun governo americano può permettersi di ignorare le richieste israelite, sia per la potenza delle lobbies interne agli Stati Uniti, sia per gli interessi economici e geopolitici in Medio-Oriente.

In alcuni ambienti si prospetta, quindi,  un “autunno caldo” sia per la crisi economica che per la crisi internazionale e qualche malevolo (?) potrebbe dedurre che questa ritirata dall’Iraq non serva solo per concentrarsi meglio in Afghanistan ma per preparare al meglio l’attacco all’unico grande nemico dell’imperialismo a stelle e strisce con la stella di David: l’Iran. Staremo a vedere.

Matteo Castagna


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