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L’anno che se ne va porta con sé un tema di dibattito arduo, difficile e coinvolgente: il “processo alla morte”. Alcuni dolorosi casi (vedi caso Englaro!) - di cui puntualmente riferiscono i mass media, amplificando le emozioni e le interpretazioni - mantengono il dibattito aperto, mentre da più parti si auspica l’intervento del legislatore. Ovviamente le scuole di pensiero sono differenti. Il passo legislativo dovrà pur essere compiuto: per questo ritengo che sia cosa buona aprire un dibattito previo obiettivo e il più sereno passibile. Occorrerà avere il coraggio di chiamare pere nome termini come eutanasia, suicidio assistito, accanimento terapeutico, dignità dell’ultima fase della vita, ecc. La riflessione che intendo avviare – tanto per essere chiarissimi – trova la sua collocazione nel grande solco del Vangelo della vita mentre sono dalla parte di chi rivendica una morte degna come parte di un processo vitale.
Questo significa porsi immediatamente contro l’idea di “promuovere e/o procurare la morte”, posto che l’eutanasia è un’offesa alla dignità della persona umana. Altro è permettere la morte! Il Vangelo della vita non trascura gli infermi, gli anziani che hanno bisogno di assistenza, di calore umano. Il Vangelo della vita va di pari passo con le opere della misericordia materiali e spirituali. E questo vale anche per chi soffre e patisce un’infermità incurabile compresi quanti sono toccati da un graduale processo irreversibile o di imminente di morte naturale. I. Una morte degna Il significato della morte si illumina alla luce del destino ultimo e trascendente dell’uomo. La morte e risurrezione di Gesù illumina il senso del dolore, svelano la vittoria definitiva della vita sulla morte colmando il cuore inquieto dell’uomo con la speranza. Morire con dignità è parte costitutiva del diritto alla vita e significa vivere umanamente la propria morte. La morte non è un fenomeno passivo di fronte al quale non è possibile fare nulla. La morte è un atto umano nel quale la libertà può intervenire in qualche modo. La morte non è solo un atto medico. E’ anche un avvenimento personale e sociale. L’importanza e il significato della morte esigono una fondata riflessione, che la integri con il mistero della vita e cerchi la sua dignità nel solco di un umanesimo che sia fedele alla verità dell’essere umano. In questo senso, alla luce della ragione illuminata dalla fede, occorre ridare senso e significato all’uomo e alla sua dignità. Ne consegue il dovere di promuovere la vita fino alla sua morte naturale e perseguire la via della umanizzazione del morire. II. Una luce antropologica Cristo nella sua vita, morte e risurrezione rivela il senso e il mistero dell’essere umano e la sua dignità. Già la ragione scopre nell’inquietudine permanente del cuore che aspira alla vita senza fine e alla felicità piena, la sua vocazione al trascendente. La dignità dell’uomo ha il suo fondamento ultimo nell’essere stato creato a immagine e somiglianza di Dio, suo Creatore (cf Gn 1,26-27). Per questo la vita umana ha valore in se stessa! Ogni uomo rappresenta una novità: egli è unico e irrepetibile! La vita è un bene fondamentale dell’uomo che non è a sua disposizione. La vita umana vale per se stessa; ha una sua dignità e un valore che le sono proprie. Non è un oggetto; è sempre un dono del Creatore. L’uomo è un essere relazionale. La vita umana, oltre la dimensione individuale e personale, porta in sé la dimensione sociale e interpersonale di innegabile trascendenza. Nessuna persona è totalmente autonoma. La vita umana non è solo un bene personale, ma è anche un sociale; in tal modo attentare la vita è un’offesa alla giustizia. III. Principi di umanizzazione del processo della morte. 1. La dignità della persona non si fonda nella qualità della vita né nel benessere di ciò che si può fruire; e neppure si fonda sulla sua utilità sociale, ma risiede nell’essere e nella condizione della persona umana. La qualità della vita non si deve concepire in funzione di una proprietà caratteristica della persona; ogni vita umana ha uguale valore. Tutte le persone sono ugualmente degne. La dignità non è corrispondente alla mera percezione soggettiva; e detta dignità non è direttamente proporzionale al valore che uno conferisce alla propria vita o al valore che altri possono annettere; la dignità della vita umana fonda sul carattere personale dell’essere umano che è dotato di libertà e capacità di giudizio e decisione responsabile in ordine al bene da compiere e del male da evitare, dando, in tal modo, valenza morale ai propri atti. 2. L’eutanasia - intesa come azione o omissione perpetrata con l’intenzione di anticipare la morte - così come una opzione volontaria, cosciente e libera di suicidio è una offesa alla propria dignità di persona umana. Il principio della autonoma determinazione non può mai giustificare la soppressione della vita propria o altrui. L’autodeterminazione esige la responsabilità dell’individuo che è libero di compiere il bene secondo la verità della propria esistenza; tale verità sostiene che la vita è stata ricevuta come dono e nessuno è padrone assoluto della stessa. Si può parlare di eutanasia attiva e di eutanasia per omissione, a seconda che si tratti di un intervento diretto ad anticipare la morte, o della mancanza di una assistenza valida e idonea. L’eutanasia passiva non può essere confusa con l’eutanasia per omissione: le due realtà sono diverse. Talvolta è necessario non attivare interventi sproporzionati; tuttavia sia chiaro che non è mai lecito omettere ogni debita attenzione. Il rifiuto di un trattamento proporzionato, ordinario ed efficace in nome della autodeterminazione del paziente è sempre un attentato alla vita. 3. In prossimità di una morte inevitabile e imminente, è lecito sia all’infermo sia ai congiunti o alle persone responsabili in ragione di parentela o per legge decidere in coscienza in merito alla convenienza e opportunità di rinunciare a terapie inutili e sproporzionate che potrebbero aumentare la sofferenza e prolungare artificialmente una agonia senza speranza. In questo caso sarà doveroso mantenere quelle terapie proporzionate alla situazione clinica senza far ricorso ad alcuna forma di accanimento o ostinazione terapeutica. Esiste una grande differenza etica tra «provocare la morte», che significa rifiutare e negare la vita e «permettere la morte inevitabile», il cui significato etico è quello di accettare la fine naturale della vita con il conseguente abbandono dei trattamenti futili e inutili. Limitare lo sforzo terapeutico non si identifica con l’eutanasia per omissione. Resta fermo il principio che il malato in stato vegetativo, in attesa di un eventuale recupero o della sua fine naturale, ha diritto a una assistenza sanitaria basica. La somministrazione di acqua, compresa la somministrazione di liquidi per via artificiale è da considerare ordinaria e proporzionata, salvo mi casi eccezionali di incapacità di assimilazione che renderebbe inutile la stessa somministrazione. 4. Circa il trattamento del dolore e le cure palliative c’è da dire che è necessario instaurarli nel rispetto del diritto di ogni infermo a non soffrire inutilmente. Per questo occorre assicurare il trattamento contro il dolore e i sintomi che accompagnano una infermità incurabile. Allo stesso modo non è lecito moralmente privare l’infermo di una assistenza spirituale che gli consenta di trovare un po’ di quella serenità e pace che la fede può offrire, sopratutto se l’ammalato è una persona battezzata e che mai ha esplicitamente rinunciato ai segni spirituali della fede. Ovviamente ciò vale anche per tutte le persone appartenenti ad altre confessioni religiose. Il rispetto e la dignità della persona inferma va salvaguardata anche esaudendo il diritto a essere informata; conoscere, cioè, la verità e partecipare nelle decisioni che riguardano le cure che si intendono somministrare. In questo contesto, va riconosciuto il diritto del paziente a ricusare un determinato trattamento, senza che questo possa essere inteso come diritto ad attentare contro la propria vita con la assistenza del personale sanitario, né a una arbitrarietà soggettiva, né pretendere che i medici si trasformi no in automi agli ordini del paziente. Infine, occorrerà assicurare tutte le modalità di assistenza domiciliare, il sostegno psicologico e spirituale dei familiari e degli specialisti perché possano trasmettere la convinzione che ogni momento della vita e ogni sofferenza possa essere vissuta con amore e possa essere ritenuta assai meritoria dagli uomini a da Dio. mONS. tOMMASO sTENICO
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