| Benedetto XVI e i “fratelli maggiori: gli ebrei |
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... da temere", in quanto "la speranza espressa dalla preghiera Pro Judaeis è puramente escatologica, è una speranza relativa alla fine dei tempi e non invita a fare proselitismo attivo". Elia Enrico Richetti spiega, inoltre, che secondo Benedetto XVI "il dialogo è inutile perché in ogni caso va testimoniata la superiorità della fede cristiana" e in tal modo si va verso "la cancellazione degli ultimi cinquant’anni di storia della Chiesa". A risposta del rabbinato d’Italia occorre pur dire che la preghiera oggetto della diatriba aveva in passato una formulazione grave: quella dei "perfidi giudei". Papa Benedetto, autorizzando la Messa secondo il rito Tridentino, l’aveva modificata auspicando “la conversione degli ebrei alla verità della Chiesa e alla fede nel ruolo salvifico di Gesù". Giovanni XXIII aveva disposto che quella preghiera con i termini primitivi fosse omessa nella celebrazione del venerdì santo, mentre Benedetto XVI pur espurgandola dai termini più offensivi l’ha reintrodotta. Di qui il disagio del mondo ebraico italiano. Certo è che gli ebrei dovrebbero non solo fermarsi a questo elemento di disagio (se poi di disagio si tratti: ma ovviamente essi lo percepiscono come tale!). Occorrerebbe considerare tutto l’insegnamento della Chiesa e l’atteggiamento della Chiesa di Roma nei confronti dei “fratelli maggiori”, come ebbe a chiamarli Giovanni Paolo II visitando la Sinagoga di Roma. La preghiera voluta da Benedetto XVI non è finalizzata al fatto che gli ebrei diventino come i cristiani, ma che tutti diventino come Cristo. Sui prega perché anche gli ebrei possano accogliere la grazia di Cristo in cui tutte le identità vengono confermate e sublimate: quella del singolo cristiano e quella dell’ebreo. A me pare difficile tacciare papa Benedetto di chiusura al dialogo. Forse a molti è sfuggita la Prefazione di Benedetto XVI al volume del senatore Marcello Pera. O il dialogo contenuto nel libro “Gesù di Nazaret” che il papa conduce con Jakob Neusner, rabbino e grande teologo ebreo di New York. Se poi si va a riscoprire il pensiero teologico di Joseph Ratzinger non si avrà difficoltà a constatare in maniera aperta e convinta la tesi secondo la quale vi è una provvidenziale convergenza tra il cristianesimo, che professa Dio come Logos incarnato e la religione ebraica. Pur considerando l’ancor breve pontificato di Benedetto XVI, scorrendo il Suo alto insegnamento si può ravvisare dalle allocuzioni e dai discorsi pronunciati che ovunque Egli si sia recato in visita pastorale - a Colonia come a New York, a Regensburg come a Parigi – abbia sempre visitato la comunità ebraica, parlando spesso anche nella Sinagoga.
Il Papa ha assicurato che la stessa eredità dei Padri rende i cristiani «consapevoli» di avere con gli ebrei «la responsabilità di cooperare al bene di tutti i popoli, nella giustizia e nella pace, nella verità e nella libertà, nella santità e nell' amore». Incomprensibile dissotterrare antiche diffidenze! Sarebbe un tradimento della verità e della storia!
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Il mensile dei gesuiti Popoli ha pubblicato un'editoriale di Elia Enrico Richetti, rabbino capo di Venezia, che contiene una dura critica al pontificato di Benedetto XVI, sotto il quale la Chiesa sta cancellando i suoi ultimi “cinquanta anni di storia” nel dialogo tra ebraismo e cattolicesimo. L’assemblea dei Rabbini d’Italia ha così preso la decisione non partecipare alla giornata dell’ebraismo il prossimo 17 febbraio indetta per il 17 gennaio dalla Conferenza episcopale italiana. Ma perché Richetti se la prende con papa Benedetto? Lo spiega nell'editoriale: la decisione di Benedetto XVI di reintrodurre, con il messale pre-conciliare, la preghiera del Venerdì Santo per la conversione degli ebrei. Il rabbinato italiano lamenta la mancata risposta della Conferenza episcopale e non su ritiene soddisfatto della risposta della Chiesa che – secondo lui – genericamente ha fatto presente che "gli ebrei non hanno niente ...

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