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Doveva succedere l’ennesima “disgrazia” per risvegliare nei mass media l’attenzione al fenomeno dei matrimoni di mista religione. E allora ecco la solita statistica che indica che almeno otto matrimoni misti su dieci non ce la fanno a tirare avanti. Il fenomeno era stato indicato dalla Conferenza Episcopale Italiana fin dal 2005, che al tema de “Il matrimonio tra cattolici e musulmani in Italia” aveva dedicato una articolata Nota Pastorale datata 29 aprile 2005. Dal canto suo, l’arcivescovo emerito di Bologna, il cardinale Giacomo Biffi ne aveva parlato in tempi davvero non sospetti e fu pressoché deriso. Ora che in Italia sono circa 3.440.000 le presenze di cittadini stranieri e quasi 1.700.000 le famiglie con almeno un componente non italiano, i riflettori si accendono sul fenomeno dei matrimoni di mista religione. E non c’è dubbio che trattasi di una realtà in continua crescita: in dieci anni i matrimoni tra ...
... stranieri e italiani si sono triplicati. Il mio interesse, ovviamente, non è relativo al gusto degli italiani in fatto di partner. A me non interessa tanto se un concittadino sposa un/una filippino, romeno, peruviano e albanese, marocchino ecc. Quello che a me preoccupa è il fattore religione e il fattore cultura. Prendiamo ad esempio un matrimonio tra una donna italiana e un cittadino di fede islamica. Premesso che non ne faccio una questione discriminante non posso ignorare e tacere che sarà certamente la donna italiana a trovarsi in condizione di assoluta inferiorità e discriminazione. Mi rendo conto che è difficile affrontare un ragionamento così impostato con due giovani o giovanissimi innamorati i quali in codesta fase non sono neppur e in grado di rendersi conto di ciò a cui andranno incontro. Ma la verità è una sola: è abissale il gap che separa il cristianesimo dall'islamismo! E la figura e il ruolo della donna è al centro di questo abisso. In nessuna società, in nessuna religione, il rito d'iniziazione è identico sia per il maschio sia per la femmina come nel cristianesimo. In nessuna società, in nessuna religione il rito matrimoniale è identico sia per il maschio che per la femmina come nel cristianesimo. La parità di diritti nella famiglia, sui figli, ne è logicamente la prima conseguenza. In molti Paesi africani vige ancora la lapidazione per la donna adultera, la clitoridectomia e l'infibulazione e comunque l'unico a possedere il potere è il maschio capo di casa. E’ stato per questa pressa d’atto culturale che in un documento ufficiale la Conferenza episcopale Italiana ha consigliato vivamente di non sposare musulmani perché sono guai. Il coraggio di mettersi controvento rispetto alla brezza dell'amore universale e del cuore a cui non si comanda è doveroso. Occorre dire tutte quelle cose molto pratiche che costituiscono il matrimonio discendono dalla religione, la quale dà forma alle civiltà anche nei rapporti domestici. Dal punto di vista dottrinale è noto che l'islam non riconosce quelle che per la Chiesa sono le proprietà essenziali del matrimonio naturale, ossia la sua unità e la sua indissolubilità. Dal punto di vista giuridico il diritto musulmano classico stabilisce una netta subalternità della moglie rispetto al marito sia in generale nell'ambito familiare, sia rispetto all'educazione dei figli. Il Corano, infatti, concede che un uomo musulmano possa sposare una donna cristiana o ebrea, ma il matrimonio di una donna musulmana con un partner che non sia musulmano è proibito. Il Corano obbliga i padri all'educazione islamica dei figli. I figli sono proprietà del padre. E assai spesso i coniugi, a causa di un background culturale diverso, non si trovano d'accordo su come educare i figli: se mandarli per esempio alla scuola italiana o in una scuola straniera a seconda delle origini di uno dei due genitori. Lo stesso problema si riscontra sulla religione con la quale crescere i figli se i coniugi sono di fede diversa. Se una figlia dovesse giungere al matrimonio non illibata, il marito potrebbe persino uccidere la mogli. Non sono mancati casi in cui, dopo i primi screzi di coppia, il padre straniero ha cercato di portare via i figli alla madre nel paese di origine del padre/padrone. Un matrimonio ha già le sue difficoltà se pensiamo che si tratta di una convivenza tra due persone differenti; le difficoltà sono certamente destinate ad aumentare se i due hanno addirittura religioni diverse e culture diverse. La famiglia che ne nasce secondo il Corano è di tipo patriarcale e il marito ne è il perno. La tutela dei figli tocca al padre, che ne decide l’educazione e, in particolare, deve curare che siano educati nell’islam. Il ripudio, previsto e regolato dal Corano, è un atto unilaterale del marito. Il matrimonio è un contratto bilaterale privato e quindi può esser sciolto privatamente. Il marito ha il diritto, assoluto e unilaterale, di pronunciare il ripudio. La poligamia è consentita dal Corano sino a quattro mogli e a tutte le concubine desiderate. Ciò detto, sarebbe troppo arduo presumere in anticipo che i matrimoni tra cristiani e musulmani siano destinati al fallimento. Ci sono molti matrimoni islamo-cristiani che hanno successo. Tuttavia, è importante che prima del matrimonio il partner cristiano sia bene informato circa le possibili difficoltà che potrebbero sorgere in un matrimonio misto. La Chiesa, infatti, consiglia di essere ben guardinghi e soprattutto prudenti qualora si intendesse mettere una fede al dito a una coppia di mista religione. Come è noto i matrimoni di mista religione possono celebrarsi con rito canonico solo se viene conferita al nubendo cattolico l'apposita dispensa per disparità di culto, dal momento che tale disparità costituisce un impedimento dirimente al matrimonio religioso cattolico. E la dispensa prevede che l’educazione dei figli segua l’impronta della religione cattolica. Come si dice ... uomo (donna!) avvisato, mezzo salvato! mons. Tommaso Stenico
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