| Il valore dell’accoglienza |
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... disprezzato, o esiliato, o fanciullo nato da un’unione illegittima, che patisce immeritatamente per un peccato da lui non commesso, o affamato che richiama la nostra coscienza…”. L’accoglienza deve tornare a essere un atteggiamento fondamentale della vita di relazione. Accogliere, significa porsi dinnanzi all’altro in atteggiamento di disponibilità alla conoscenza reciproca, all’apprezzamento, alla simpatia, all’affetto. Vuol dire considerarlo come persona come “dono di Dio” che arricchisce con al sua luce e nello stesso tempo provoca con la sua povertà. Tutti facciamo ogni giorno, e nelle forme più differenti, l’esperienza dell’accoglienza e del suo contrario, che è il rifiuto o il respingimento. Siamo contenti quando veniamo accolti con calore e con gioia ... Soffriamo quando siamo rifiutati, quando ci troviamo di fronte ad atteggiamenti di diffidenza o di antipatia. Dobbiamo con onestà riconoscere che abbiamo paura di quella parte di noi a noi sconosciuta, che è lo straniero che ci abita, percepita come inafferrabile, sfuggente, in una parola estranea al pari di colui che ci estraneo, nel senso etimologico della parola (extraneus). Il diverso ci fa paura! L’accoglienza è il primo segno per realizzare un rapporto di conoscenza e d’amore: senza accoglienza è impossibile sia l’una che l’altro. Perché l’accoglienza è così importante nella esistenza umana? In questo orizzonte si colloca l’accoglienza dello straniero. Ma l'accoglienza dello straniero non è una semplice opera buona, che verrà ripagata da Dio, bensì l'occasione per vivere un rapporto personale con Gesù. Il Nuovo Testamento, come si vede, segna un passo ulteriore e decisivo nel rapporto con lo straniero. Gesù riassume la Legge e i Profeti nella cosiddetta regola d'oro: "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro". Davvero la Bibbia ci pone davanti a un grande messaggio che sentiamo tanto lontano dai nostri comportamenti e dalle nostre capacità. mons. Tommaso Stenico
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Una delle caratteristiche della nostra civiltà è l’anonimato e, forse, anche la diffidenza e la paura di chi è forestiero. Abitiamo nello stesso palazzo e non ci conosciamo. E c’è molta solitudine. In questo contesto l’ospitalità acquista ancora tutto il suo valore e la sua urgenza, anche se è vero che deve esprimersi in forme nuove, diverse da quella del tempo di Abramo o di Gesù. Deve dare, per esempio, un’anima e un po’ di cuore alle strutture sociali; deve creare famiglie aperte all’accoglienza dell’anziano e del malato; deve creare luoghi di accoglienza per l’immigrato e il forestiero; deve creare esempi di comunità cristiane, pluraliste e accoglienti. Si legge nel Concilio Vaticano Secondo (Gaudium et Spes 27): “Oggi urge l’obbligo che diventiamo generosamente prossimi di ogni uomo, e rendiamo servizio coi fatti a colui che ci passa accanto: vecchio abbandonato da tutti o lavoratore straniero ingiustamente ...

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