| IL CINEMA E LA SFIDA DELL’ATEISMO |
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... il potere osservando, in un modo retrospettivo e quasi divertito, l’anticonformismo esprimentesi nei vari movimenti ereticali emersi lungo la storia della Chiesa cattolica, mirando anche a far saltare, sul piano dell’immaginazione e su quello della rappresentazione scenica plastica, gli equilibri consolidati non solo con le istituzioni (e la Chiesa di Roma é una di queste), ma anche con le convenzioni prestabilite di ordine e di armonia. Bunuel, più che non avere fede in Dio, aggredisce la prospettiva di una razionalità cosciente capace di fondare da sola la civiltà, la convivenza civile, il progresso e la felicità “per il maggior numero”. Non é difficile ravvisare come, dietro il paravento dell’assurdità (presunta) di un’antica religione, si voglia in realtà irridere la società tecnologica di massa della nostra epoca. Quasi alla fine del film, l’autore ( dietro la maschera del suo “alter ego”, l’attore Georges Marchàl ) dovrà ammettere che la ‘fede’ non sarà mai tanto assurda quanto la pretesa della scienza di dire l’ultima parola su tutto. La frase che ha reso celebre la pellicola é questa : “Il mio odio per la scienza e il mio orrore per la tecnologia mi condurranno fatalmente a quest’assurda fede in Dio”. Ci piace considerare questa citazione come il testamento spirituale del regista che, nonostante tutto, ci induce a credere come il suo ateismo non si sia poggiato su basi sicure e convinte. E’ inevitabile l’alternativa : o Dio o la scienza misura di tutto ! Anche i due protagonisti principali, due vagabondi, si incamminano per un luogo di pellegrinaggio celebre già nell’Alto Medioevo, Santiago di Compostela, nella Galizia spagnola, dove si ritiene siano custodite le spoglie dell’Apostolo S. Giacomo, fratello dell’evangelista S. Giovanni, che ha tentato l’evangelizzazione di questo territorio considerato, nell’antichità, l’estremo limite occidentale del mondo allora conosciuto (“Finisterre”). L’uno, il più giovane, é ateo ( interpretato da Laurent Terzieff ); l’altro, vecchio, invece é credente ( impersonato da Paul Frankeur ). Sono due simboli nel film e rispecchiano due concezioni contrastanti della vita : una visione razionale e anche nichilista del mondo, la prima; e un cristianesimo problematico e suscettibile di essere smentito, l’altra. Bunuel sembra oscillare tra l’una e l’altro. La ‘Via Lattea’ ( infatti, si credeva nel Medioevo che una stella guidasse i pellegrini al santo luogo di Compostela ) rappresenta un pò il miraggio di una certezza assoluta da conseguire, a tutti i costi, per orientare la propria esistenza. Questo viaggio é abbastanza travagliato per due vagabondi che non hanno di che sfamarsi e di che riposarsi, dal sud della Francia fino alla Galizia, ma é anche costellato da una serie di curiosi incontri-scontri con personaggi e relative vicende che hanno fatto la storia ( in questo caso la storia della Chiesa ), intervallati dalle scene che riproducono “visioni oniriche” subite, soprattutto, dal più giovane dei vagabondi : un papa fucilato dai miliziani anarchici ( un’eco della triste e feroce guerra civile spagnola di trent’anni prima ); scene di vita evangelica dove Gesù ( interpretato da Bernard Verley ) sembra insegnare la discordia; una suora, aderente al movimento giansenista, che fanaticamente si fa crocifiggere per essere simile al Signore. Bunuel vuole insegnare che i rapporti umani sono fondati sulla ‘follìa’. Dice bene uno spettatore : il regista ha fatto apparire, nella persona di Pierre Clementi ( un giovane attore francese, bello e dannato, incarcerato in Italia con l’accusa di traffico di stupefacenti e in seguito prosciolto ), nella figura dell’angelo della morte un Cristo più dissacrante e sconvolgente. Ma se anche il potere, le istituzioni, le convenzioni sociali, possono avere la loro origine più profonda nei meandri oscuri della psiche umana o nei suoi meccanismi inibitori, é pur vero che l’esigenza di ‘libertà’ é insopprimibile nell’uomo e tende prima o poi ad erompere. Ciò accadde nelle eresie medioevali. Accadde nella guerra civile spagnola del 1936-39, dove Bunuel sosteneva la causa antifranchista. Accade in qualsiasi rivoluzione sociale, politica, religiosa, culturale, sessuale…… Francesco Cuccaro
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Rivisitando la celebre pellicola dello spagnolo Luis Bunuel ( 1900 – 1983 ), La Via Lattea ( in francese : La Voie Lactée ), firmata nel lontano 1968, si può dire che il grande maestro del cinema spagnolo e messicano intende fare della ‘contraddizione’ la chiave di lettura di quella che é l’avventura del Cristianesimo nei suoi duemila anni di storia, offrendo così una galleria di affreschi di varie epoche, con scene di costume, contrassegnate dalle dispute teologiche e dalle eresie predominanti, per mettere in risalto una presunta “follia e assurdità” di una religione che, ancor oggi, é la più diffusa nel mondo. Il ‘surrealismo’ -come corrente culturale- si esprime, nel modo più adeguato in quest’opera, raggiungendo con Bunuel la sua più intensa autocelebrazione. Anche nel suddetto lungometraggio ( con la sceneggiatura dello scrittore Jean-Claude Charriére ), il regista spagnolo esplora la dialettica oppositiva che si dà tra la libertà e ...

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