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STORIA DELLE TATTICHE DI GIOCO - I SUPERMEN DEL CALCIO TOTALE Stampa E-mail
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STORIA DELLE TATTICHE DI GIOCO - I SUPERMEN DEL CALCIO TOTALEEdmondo Fabbri, commissario tecnico della nazionale italiana che il 19 luglio 1966 fu clamorosamente sconfitta per 1 a 0 dalla Corea del Nord ed eliminata dal Mondiale giocato in Inghilterra, attese invano 29 anni (prima di lasciarci nel luglio del 1995) che uno qualunque di noi facesse una riflessione onesta sulle cause profonde e sull’ammonimento lanciato da quella batosta. La storia - che non va scritta a caldo, come essa stessa insegna - ci ha fatto poi capire che quella batosta fu solo in apparenza, o solo in parte, un evitabile accidente. Ma a caldo, dunque con giudizio sommario, la si liquidò come tale al cento per cento, e naturalmente ne fu incolpato il povero Fabbri. Riflettendo, sia pure fuori tempo massimo rispetto a Fabbri che non c’è più, dovremmo invece ammettere che quel giorno sul campo di Middlesbrough cominciò ad affacciarsi l’idea di un gioco estremamente dinamico, molto muscolare.

La Corea del Nord lo praticò con primitiva aggressività e senza pensare in grande, cioè senza pensare. Da quell’esperienza, che spinse i critici a definire la squadra azzurra “la nazionale dei nati stanchi”, si sarebbe dovuto ricavare allora ciò che oggi sappiamo benissimo: una squadra modesta, qualora disponga di giocatori solidi e veloci, può riuscire a battere un’avversaria più tecnica e meno rapida. Ma nessuno ricavò nulla, almeno in Italia, e tutti, pur dando addosso a Fabbri, si limitarono a definire illogico l’esito di quella partita.
Illogico? Altroché: a Middlesbrough era affiorata una solida base su cui si poteva costruire un calcio nuovo. Fra i pochi che se ne accorsero c’era il tecnico olandese dell’Ajax Rinus Michels, il quale intuì che se i coreani avevano compiuto l’impresa (fine a se stessa) di battere l’Italia spendendo ciò che potevano spendere, soprattutto la potenza e la velocità, queste ultime, non sostitutive della tecnica bensì incanalate a suo sostegno, potevano portare verso un molto diverso e molto più produttivo modo di giocare. Davvero interessante, il ragionamento lasciava intravvedere una importante svolta, per la cui attuazione bisognava però lavorare su elementi giovanissimi, addirittura su ragazzi non ancora contaminati nella mente da infiltrazioni tattiche di vecchio stampo, ragione per cui l’idea si concretizzò in tempi tecnici non proprio brevi.
Ciò che doveva accadere accadde perciò nei primi Anni Settanta, e fu una vera rivoluzione, che come tutte le vere rivoluzioni lasciò una traccia profonda e definitiva. Infatti spazzò via un modo di giocare antico, piuttosto lento ed alquanto prevedibile (lo si vede nei filmati d’epoca), la cui componente tecnica, di gran lunga prevalente su quella atletica, aveva in precedenza separato un’aristocratica e facoltosa minoranza di squadre da tutte le altre. Ripulita dal tradizionale armamentario tattico, la scena calcistica europea si aprì su quello che fu subito definito calcio totale, portatori l’Ajax e, per automatica estensione, la nazionale olandese cui dava numerosi giocatori (Cruijff, Krol, Neeskens, Haan, Rep, Suurbier eccetera).
Giocato da elementi nei quali si combinavano in alta concentrazione valori tecnici, valori agonistici e – importante fatto nuovo – una illimitata flessibilità tattica dei singoli, il calcio totale proposto dagli olandesi di Michels non era soltanto dinamico e veloce come il gioco dei coreani che avevano sconfitto l’Italia nel 1966. Era molto di più, perché predicava la sostanziale soppressione dei ruoli, con un discorsetto di questo tipo: dimenticàteli, non esistono più, poiché d’ora in poi, escluso il portiere, che comunque diventa padrone dell’intera l’area di rigore, tutti i giocatori possono fare tutto, anzi debbono, in qualunque punto del campo vengano a trovarsi.
Si stabiliva cioè che i ruoli andavano intesi soltanto come riferimenti teorici, punti di partenza, e che nella pratica del gioco non c’erano più compiti fissi, ragione per cui i giocatori, prescindendo dal loro ruolo-base e configurandosi pertanto come autentici universali, dovevano, secondo le circostanze, difendere, tirare in porta, organizzare la manovra. Si videro così terzini che s’improvvisavano incursori, centrocampisti che arretravano per difendere, il libero che andava a gol con la massima naturalezza. Il calcio totale dell’Ajax era un fuoco d’artificio, la partita una brillante recita i cui attori uscivano estemporaneamente da un ruolo per calarsi subito in un altro, facendo comunque in modo che la squadra rimanesse in equilibrio tattico, cioè continuasse a presidiare l’intero terreno di gioco.
A tali fini erano ovviamente richieste preparazione negli automatismi, velocità di pensiero e condizione atletica di prim’ordine, qualità che facevano di quei fuoriclasse degli autentici supermen, di fronte ai quali i difensori avversari di vecchia scuola restavano frastornati ed interdetti, perché non sapevano che cosa fare: se aspettare al varco un terzino che s’improvvisava attaccante o seguire fino all'altro capo del campo un attaccante che ripiegava in difesa. La risposta a questo dilemma tattico non poteva essere che il passaggio dalla marcatura a uomo alla copertura degli spazi in cui poteva essere idealmente quadrettato il campo di gioco. Tornava così in versione scientifica il controllo a zona che era stato praticato (inconsapevolmente, perciò senza un criterio) ai tempi del metodo.
A questo punto diciamo basta, perché il calcio totale, per la netta impronta che ha lasciato, fa parte del nostro presente e non obbliga nessuno che voglia saperne di più a consultare chi ha viaggiato nel passato, come al contrario deve fare chi voglia informarsi sulle tattiche di gioco storiche (il metodo, il sistema, il catenaccio) e le loro deviazioni. Nell’osservare senza intermediari il calcio totale o ciò che ne deriva dovremmo però sforzarci di distinguere, al suo interno, fra calcio moderno, caratteristica delle squadre che mettono al primo posto la tecnica, e calcio post-moderno: decadente, deludente, avvilente nel buio del suo rabbioso e spropositato tatticismo.

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Semplice e vincente

Quel grande Ajax con sei ali e un gatto

Poiché richiedeva giocatori universali, il calcio totale suggerì in campo una nomenclatura semplificata. Infatti non aveva senso, fra elementi capaci di ricoprire occasionalmente qualunque ruolo, distinguere terzino marcatore da stopper, libero e fluidificante, mediano incontrista da metodista e di spinta, ala tattica da ala tornante, interno di regìa da interno rifinitore, centravanti di manovra da prima, seconda e mezza punta.
Già negli anni settanta l’Ajax si schierava secondo il 4-3-3, che era più precisamente un 1-3-3-3 in quanto i due difensori centrali si disponevano ai vertici di un rombo, cioè uno dietro l’altro: sweeper, il libero, e number four  (ruolo che trentanni dopo fu copiato da Pirlo). Più avanti, sempre sull’asse centrale e sempre a rombo, agivano l’attaccante-ombra ed il centravanti. Sulle corsie esterne agivano l’ala di difesa, l’ala di centrocampo e l’ala d’attacco. Non c’era fantasia mediterranea bensì chiarezza nordeuropea.
Una spruzzata di fantasia la si trovava nella definizione di shadow striker, l’attaccante-ombra, che si adattava perfettamente a Lìtmanen, un gattone finlandese che per 87 minuti sonnecchiava imboscato sulla trequarti di campo, ma negli altri tre minuti si svegliava improvvisamente due volte, e quando ti accorgevi che era arrivato sotto porta lui aveva già messo il pallone in rete.

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Tra Calcio e Storia

Il tourbillon: la mezza rivoluzione francese

Ideato come risposta alla rigorosa marcatura a uomo del sistema, il rivoluzionario calcio totale fu preceduto da un’esperienza del tutto simile, ma più blanda, fatta negli ultimi Anni 40 in Francia. In pratica i francesi – storici esperti in materia di rivoluzioni – ne fecero una anche sul campo di calcio, ma questa volta parziale: limitarono alla fase offensiva lo scambio continuo dei ruoli e delle posizioni in campo, coinvolgendo caso mai nella manovra, insieme con gli attaccanti, solo i mediani.
Quel calcio demi-total (soprattutto le ali ed il centravanti si incrociavano di continuo, trasversalmente) fu chiamato tourbillon (vortice) ed ebbe tra i più brillanti interpreti il mediano sinistro Prouff e l’ala sinistra Vaast. L’esperienza del tourbillon, fatta prima dal Lilla e poi dal Racing di Parigi, ebbe un successo modesto e si esaurì senza avere la forza di oltrepassare il confine. Invece il calcio totale superò di prepotenza i limiti della piccola Olanda e cambiò per sempre il gioco, in tutto il Pianeta.
Sono cose che càpitano anche nella storia importante. Gli audacissimi vichinghi, antenati degli attuali norvegesi, traversarono l’Atlantico ed approdarono cinque secoli prima di Cristoforo Colombo in una terra (che poi sarebbe stata chiamata America) cui si limitarono a dare un nome (Vinland). Senza rendersi conto di aver fatto una grande scoperta (che tale dunque non fu), tornarono indietro, non ne informarono il mondo e per altri cinquecento anni il mondo non cambiò.

Enzo Foglianese


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