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In principio fu il dribling Stampa E-mail

In principio fu il driblingLuca, il ragazzino mio vicino di casa che conosce il calcio attuale ed al quale ho parlato dello schieramento che fu chiamato Metodo, adesso vuol sapere tutto il resto. Che cosa c’era prima? Che calcio era? Domande logiche, però rivoltemi in contropiede, perché dopo il metodo dovevamo caso mai parlare del sistema, ed invece ci tocca fare qualche passo indietro. Ma non c’è problema. Possiamo benissimo fare una capatina nella preistoria del pallone. In principio, più o meno un secolo e mezzo fa, fu il dribbling, che letteralmente significa palleggio. In realtà fu molto più, ma tecnicamente molto meno, che palleggio: l’istinto primitivo di fare tutto da soli nel manovrare con i piedi la palla al supremo fine di trascinarla fin dentro la porta avversaria. Bisognava soltanto impossessarsi della sfera ed avanzare senza farsela togliere. Operazione non soggetta a regole, vi si potevano dedicare tutti.

A turno? Seguendo comunque un criterio? No, come capitava ed a chiunque capitasse. Cosicché, tranne il portiere che - almeno lui - se ne stava in difesa, si era o si poteva essere tutti attaccanti, benché a casaccio. Se volessimo tradurre la situazione in una formula numerica attuale, dovremmo dire, escludendo l’estremo difensore come si usa fare: 0-0-10 (zero-zero-dieci).

Non lasciatemi solo! - gridava il portiere, che fu in misura minima accontentato quando gli assegnarono un uomo di scorta (esentato perciò dall’attaccare). Così nacque quello che oggi sarebbe un improponibile 1-0-9. Poi, su una strada ormai virtualmente tracciata, si scivolò in maniera naturale verso il 2-0-8, che in seguito diventò 2-1-7. Per i sette incalliti attaccanti continuò il solito e solitario tran tran: rubare palla e tentare di portarla personalmente a destinazione. Questo e quasi nient’altro accadde sul campo di gioco, nella preistoria del calcio, fino al 1880, quando i geniali scozzesi del Queen’s Park di Glasgow inventarono una mossa tutta nuova, sorprendente, strabiliante: il passaggio. Strano ma proprio vero, nessuno ci aveva ancora pensato. Dunque, senza essere costretti a strappare il pallone a quelli dell’altra squadra, si poteva - perché no? - riceverlo da un compagno che non era nella condizione di proseguire personalmente nell’azione o non trovava conveniente farlo.

Adesso potremmo anche sorriderne, ma allora il passaggio fu lo strumento di una svolta rivoluzionaria: fu anzi il primo strumento tattico nella storia del calcio, e per questo non più preistoria. Allo scopo di prevenirne i devastanti effetti si dovette correre ai ripari, partendo da una semplice considerazione: per cercare di conquistare il pallone non bastava più affrontare o inseguire l’uomo che ne era in possesso; era necessario farsi trovare nel punto del campo in cui la sfera sarebbe potuta pervenire ad un altro giocatore avversario che era lì in attesa. Occorreva pertanto impiantare dei presìdi, distribuendo gli uomini in vari settori del campo, per poter essere nella condizione di intercettare la palla lungo una sua probabile traiettoria o almeno per disturbare il possibile destinatario.

Si smise così di rincorrere a frotte il giocatore che era in possesso del pallone. Ma non fu facile organizzarsi, soprattutto mentalmente, per contrastare la manovra basata sul passaggio, che poteva essere effettuato non solo in avanti, come sembrava naturale, ma anche all’indietro, come pareva invece assurdo (ed invece funzionava ancora meglio). Per la prima volta si dovette insomma constatare che per giocare con i piedi bisogna usare il cervello, indiscutibile principio al quale in seguito fu obliquamente collegata una storiella: il tecnico ungherese Lajo Szalay, profugo in Italia nel dopoguerra dopo essere stato un grande mediano destro della nazionale magiara, si divertiva nel rivelare (e molti gli credevano) che, senza nemmeno provarli sul campo, valutava infallibilmente i calciatori in base alla loro statura, cosicché lui scartava quelli alti perché, spiegava a ciascuno degli spilungoni bocciati, “tu avere testa molto lontana da piedi”.

Il passaggio portò sul campo un primordiale concetto di organizzazione e conseguentemente di qualità del gioco. Contribuendo inoltre a calcolare sempre meglio le proporzioni fra ruoli offensivi e difensivi, spinse lo schieramento verso il 2-2-6 e poi, con l’invenzione del mediano centrale, primario punto di riferimento per tutti i suoi compagni, verso il 2-3-5. Quest’ultima sembrò una formula ragionevole, equilibrata, definitiva, ed infatti visse a lungo, circa mezzo secolo, durante il quale il calcio diventò a poco a poco spettacolo, divertimento di massa, fenomeno sociale. Il 2-3-5 ricevette anche un nome: all’inizio un nome comune, perché si trattava di un metodo di gioco, poi divenuto nome proprio: il Metodo. È in corrispondenza della sua stabile adozione che viene convenzionalmente fissata la nascita del football moderno.

 Omar Sivori

DIDASCALIA

Pubblicata dal vecchio Calcio Illustrato il 14 ottobre 1962, questa foto documenta l’abilità in dribbling di Omar Sivori, il recentemente scomparso fuoriclasse argentino della Juventus e poi del Napoli. Il termine dribbling, che vuol dire “palleggio”, viene impropriamente usato per indicare un’azione individuale, basata sulle finte di corpo, attraverso la quale il giocatore in possesso della palla supera, dopo averlo spiazzato, un avversario. In questo caso l’avversario è un altro fuoriclasse, il tedesco del Bologna anni 60 Helmut Haller.

In 139 anni, per un calcio migliore, numerose modifiche normative

Antica corda al porto della traversaPREISTORIA: UNA CORDA INVECE  DELLA TRAVERSA 

Alcune curiose, tutte importanti, sono queste le più rilevanti modifiche apportate al regolamento del calcio in circa un secolo e mezzo:

- 1866: si stabilisce la regola del fuorigioco: il giocatore che non è in possesso di palla si trova in posizione regolare se fra lui e la linea di porta (o di fondo campo) ci sono almeno tre avversari
- 1875: si monta la traversa (in precedenza, fra un palo e l’altro, veniva tesa una corda, come mostra la foto, o un nastro)
- 1878: l’arbitro, che dirige la partita da bordo campo, usa per la prima volta il fischietto (e non urla più)
- 1891: l’arbitro dirige stando all’interno del campo e si serve di due collaboratori esterni: i guardalinee
- 1899: si applica il meccanismo della promozione e della retrocessione
- 1912: il portiere può toccare la palla con le mani non più in tutto il campo ma solo nella propria area di rigore
- 1924: si stabilisce che non è punibile il giocatore che, trovandosi in posizione di fuorigioco, non prende parte all’azione e non disturba chi vi partecipa (fuorigioco passivo)
- 1926: cambia la regola del fuorigioco: almeno due avversari (e non più tre) fra il giocatore che non è in possesso di palla e la porta
- 1939: diventa obbligatorio il numero sulla maglia
- 1951: per esigenze della nascente televisione si consente l’uso di palloni bianchi 
- 1965: è possibile sostituire durante la partita un giocatore infortunato
- 1966: è possibile portare in panchina un portiere di riserva (n.12)
- 1969: è possibile portare in panchina un secondo calciatore di riserva (n.13)
- 1973: compare in panchina anche una terza riserva (n. 14), ma le sostituzioni possibili restano due: una più quella del portiere
- 1976: adozione dei cartellini giallo e rosso per notificare al giocatore (e segnalare al pubblico) rispettivamente un’ammonizione e un’espulsione
-  1980: le riserve in panchina salgono a cinque: sempre due le sostituzioni possibili
- 1991: in caso di passaggio al portiere (anche su rimessa laterale), questi non può giocare la palla con le mani: solo con i piedi o con la testa
- 1997: sette i giocatori in panchina, tre i cambi, portiere compreso
- 2003: in caso di impedimento, anche a gara iniziata, l’arbitro viene sostituito dal 4° uomo, del quale se possibile assume le funzioni

VOGLIAMO INGRANDIRE LA PORTA? GIAMMAI!

I portieri si ritengono provocati, perciò si arrabbiano quando, ogni tot anni, qualcuno accenna a sostenere che, secondo logica, bisognerebbe ormai aumentare la larghezza e l’altezza della porta. Stabilite più di centocinquantanni fa in misure inglesi corrispondenti a metri 7,32 per 2,44, certamente erano dimensioni adeguate alla statura media ed all’apertura brachiale degli esseri umani dell’epoca: qualcosa come 20 centimetri meno di quella attuale. Ma adesso non si può non considerare che, in molti casi presidiata da portieri alti più di un metro e novanta (Acerbis dell’Albino-Leffe 202 centimetri, Pelizzoli 197, Toldo 196, Dida 195, Buffon 191), la porta si è virtualmente rimpicciolita. Per ristabilire il rapporto originario - d’altra parte vogliamo o no veder segnare più gol? - bisognerebbe ingrandirlo. Ma basta sfiorare l’argomento per provocare all’interno della squadra una netta divisione: gli attaccanti ed i centrocampisti offensivi approvano; i portieri, i difensori ed i mediani d’interdizione si ribellano.

di Enzo Foglianese

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