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«Prima di ogni partita il nostro allenatore, Helenio Herrera, ci diceva cinque parole, non una di più: “Questo è il tuo uomo.” E non diceva, ma era come se lo dicesse: ”Arrangiati.” Perché non c’erano raddoppi, non c’erano aiuti, un uomo lo si doveva tenere fino all’ultimo fischio dell’arbitro. In una partita contro il Benfica, a Milano, il mio uomo era l’ala sinistra Simoes, che in occasione di un calcio d’angolo a nostro favore retrocedette per dare aiuto in difesa. Allora chiesi a Bruno Bolchi, che marcava Eusebio, di fare il cambio di marcatura: segui tu Simoes, io resto qui in difesa su Eusebio. Da quel calcio d’angolo per noi nacque un’azione di contropiede per loro e Simoes segnò un gol. Alla fine della partita Herrera mi chiese spiegazioni: “Simoes non era tuo?”. “Avevo fatto il cambio con Bolchi”, mi giustificai. E lui: “Se ti dico di prendere Simoes, devi seguirlo anche se va in gabinetto.” La cosa non finì lì. La successiva ...
... partita — era di Coppa Italia — per punizione Herrera non mi fece giocare.» Questo famoso episodio fu riportato a suo tempo sulla Gazzetta dello Sport così come lo raccontò l’ex terzino destro dell’Inter Tarcisio Burgnich rievocando quanto era accaduto durante una partita in Coppa Campioni nei primi anni Sessanta; ed è una storia che consente di misurare l’astronomica distanza fra l’onestà delle istruzioni che venivano date in un passato ormai lontano e l’amoralità di quelle attualmente impartite da allenatori senza scrupoli a giocatori della stessa risma. Oggi non c’è limite all’indecenza degli interventi tesi a fermare un giocatore avversario, di solito l’elemento-guida della squadra, quello che sa dare qualità alla manovra e che magari è bravo anche come realizzatore. Per impedirgli di giocare - colpendolo duramente, sgambettandolo, trattenendolo, sferrandogli micidiali gomitate aeree - non lo si aspetta da ingenui in area di rigore, là dove una malefatta può costare il tiro libero dagli undici metri. Molto meno rischioso è abbatterlo a centrocampo e nei suoi dintorni, in modo da subire (caso mai) un calcio di punizione da lontano. Il nostro calcio è avvelenato da decine di migliaia di manovali della violenza comandati come robot entro un quadro tecnico degenerato in rappresentazione di caccia all’uomo. Perciò è contro un diffuso modo di intendere e di fare che bisogna scagliarsi, oltre che punire singoli dinosauri con cervello di gallina, il cui obiettivo primario è conservare il posto di titolare, ragione per cui non intendono opporsi a disposizioni (indegnamente definite tattiche) di natura criminale. Da dove cominciare allora? C’è bisogno di una campagna di rinnovamento culturale: mi si perdoni l’espressione, che può apparire fuori luogo in un calcistico contesto. Serve un detersivo delle coscienze che su un attiguo versante, quello della stampa, rimuova i luoghi comuni, il conformismo, la superficialità nel valutare e altre consolidate incrostazioni. Occorrono giornalisti capaci di raddrizzare le gambe, e disposti a farlo, di certi commentatori che si rivelano pericolosamente irresponsabili quando dal pulpito televisivo usano per esempio sentenziare, influenzando così le menti deboli, che «non è stato un fallo cattivo» quello commesso sfiorando in corsa con la punta della scarpa il tallone dell’avversario, di conseguenza finito a gambe all’aria mentre era lanciato a rete. Ragionando (per dire) alla stessa maniera sarebbe considerato delitto meno grave uccidere una persona con qualche milligrammo di arsenico piuttosto che con una pugnalata al cuore. Complimenti.
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