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ENKE E LA FINTA FELICITA’Robert Enke (Jena, 24 agosto 1977 – Neustadt am Rübenberge, 10 novembre 2009) è stato un calciatore tedesco, di ruolo portiere. Ha giocato nel Carl Zeiss Jena, nel Borussia Monchengladbach, nel Benfica, nel Barcellona, nel Fenerbahce, nel Tenerife e nell’Hannover 96. Qui è diventato la prima scelta tra i pali della squadra, e nel 2004 ha vinto il premio come miglior portiere della stagione. E’ stato convocato nella Nazionale tedesca nel 1998, e successivamente nel 2006, partecipando agli Europei del 2008. Si è tolto la vita nel tardo pomeriggio del 10 novembre 2009, all'età di 32 anni, gettandosi sotto un treno nei pressi di un passaggio a livello, dopo aver abbandonato la sua auto a poca distanza dai binari. Lascia la moglie Teresa e una figlia adottiva di otto mesi. Nel 2006 era morta la figlia Lara, di 2 anni, per una malattia cardiaca. La polizia tedesca ha confermato l'esistenza di una lettera d'addio di Enke, ...

... nella quale si scusava con la moglie e il suo medico curante. La vedova ha rivelato che il marito soffriva di depressione da 6 anni, ed era in cura da uno psichiatra. La sua tragica fine ha commosso tutto il mondo dello sport.

 “Il Signore non bada a ciò che colpisce lo sguardo dell'uomo: l'uomo guarda all'apparenza, ma il Signore guarda al cuore” (1Samuele 16, 7). Ebbene: quante volte abbiamo pensato che la semplice presenza nell’elite del mondo dello sport, o dello spettacolo, sia, comunque vada, garanzia di felicità?
 
  L’apparenza inganna, e, spesso, inganna tragicamente.
E’ il caso del portiere tedesco Robert Enke, che a 32 anni, dopo avere avuto quella fortuna, che in milioni di giovani non hanno, di praticare il calcio ad altissimo livello, è morto suicida. Ha fermato la sua auto sui binari, e ha atteso il passaggio del treno.

  Sappiamo poco: sappiamo che non riusciva a guarire dalla depressione da 6 anni, e che aveva perso una figlia di 2 anni per un difetto cardiaco. E’ sufficiente per togliersi la vita? Solo chi è direttamente interessato può misurare quali picchi possa toccare il “mal di vivere”, lo strazio della sofferenza interiore.

  L’unica riflessione che mi sento di fare, perché diventi un messaggio costruttivo per i giovani, è questa. In troppi, quando percepiscono il vuoto dentro, e attorno a loro, e cercano il dono della felicità, puntano dritto verso una scorciatoia: alcol e droga. Non è il caso di Robert, ma succede, nel deserto dei “valori”.

  Siccome mi rendo conto che, se i “valori” non sono coltivati, è colpa di tutti, e ci vuole tempo, molto tempo per resuscitarli, almeno sia chiara una cosa. Per favore, prima di ricorrere alle soluzioni “di moda”, credete nella medicina, e smettetela di considerare lo psichiatra “il medico dei matti”!

  Ma lo sapete che, al di là dell’alcol e della droga, esistono psicanalisi e anti-depressivi? Il vero “matto” è chi li criminalizza, non considerando che servono proprio, senza essere costretti a suicidarsi, per ritrovare la serenità perduta! Su questo bisogna essere fermi e decisi, a costo di alzare i toni.

  E’ semplicemente vergognoso continuare a ragionare come se la psichiatria fosse ancora all’età della pietra. Sono stati compiuti progressi enormi, ed è assurdo arrendersi, quando si tratta solo di riattivare normali reazioni chimiche, che devono avvenire nel nostro cervello. A volte, basta poco per non morire.

CARLO NESTI
www.carlonesti.it
(firma cliccabile)


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