| "Vianema" e altri trucchi |
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Piuttosto curiosa fu, nel campionato 1947-48, la trovata di Giuseppe (detto Gipo) Viani, che di problemi difensivi s’intendeva parecchio, avendo giocato da centromediano (tra l’altro nell’Inter), e che molti anni dopo sarebbe diventato direttore tecnico del Milan, con cui vinse tre scudetti e una Coppa dei Campioni. Allenatore della Salernitana neopromossa in Serie A, e naturalmente alle prese con il problema di quasi tutte le neopromosse - evitare un’immediata retrocessione - Viani elaborò un progetto tattico per rinforzare la difesa e forse anche per confondere le idee agli allenatori avversari: ridusse gli attaccanti da cinque a quattro eliminando il ruolo del centravanti, quindi fece indossare la maglia numero 9 al mediano sinistro Alberto Piccinini, grande calciatore che poi sarebbe passato alla Juventus, per vincere da bianconero due scudetti consecutivi. Sandro Piccinini, il popolare telecronista di Mediaset è suo figlio. Torniamo a Salerno. Disponendo di tre mediani (numeri 4, 6 e 9) invece dei normali due del sistema, Viani potè eliminarne uno convertendolo in stopper, per consentire al difensore centrale Buzzegoli di staccarsi all’indietro come libero. A centrocampo, come si vede nel disegno, rimasero così il 4 ed il 9. Quest’ultimo, che dal numero di maglia (allora indicativo del ruolo) risultava essere un centrattacco, sembrò fuori posto là dove doveva esserci il mediano sinistro. Disorientati da quella specie di arzigogolo, molti si chiesero: che roba è? I tecnici avversari capirono subito il trucco (nonostante portasse il 9, Piccinini era effettivamente un mediano), mentre i giornalisti impiegarono più tempo, e piuttosto si preoccuparono, prima ancora di capirci qualcosa, di dare un nome al curioso modulo: lo battezzarono vianema, in quanto sistema di Viani. Il suo scopo era di mettere la matricola Salernitana nella condizione di resistere alla men peggio alle squadre forti. Tuttavia non produsse l'effetto sperato, non riuscì cioè ad evitarne la retrocessione in Serie B. Molto più efficace risultò nella stessa stagione un cosiddetto mezzosistema, che era stato già sperimentato in Svizzera. A dire il vero, di mezzisistemi ne furono escogitati parecchi, differenti l’uno dall’altro solo per il fatto che il giocatore da spostare in difesa, chi lo prelevava qua e chi là. Il più naturale fu quello attuato nella Triestina da Nereo Rocco, che trasferì alle spalle dello stopper uno dei difensori esterni, il roccioso Blason, sostituendolo con un mediano, che a sua volta veniva rimpiazzato facendo arretrare una mezzala. Così organizzata, ma soprattutto perché era una formazione molto più valida della Salernitana che praticava il vianema, la Triestina concluse al secondo posto, dietro il Torino, il campionato 1947-48, a parità di punti (49) con Juventus e Milan: un risultato sensazionale, un miracolo che Rocco avrebbe bissato nel ’58 con il terzo posto ottenuto dal Padova, alle spalle di Juventus e Fiorentina. Poiché sotto il profilo tecnico complessivo sia la Triestina sia il Padova erano molto inferiori alle squadre di alta classifica fra le quali si erano clamorosamente intrufolate, le loro imprese, che poi erano le imprese del Paròn Rocco, dimostrarono che la tattica, più esattamente un’adeguata organizzazione, poteva consentire ad una squadra (e da allora in poi è stato sempre così) di vivere al di sopra dei propri mezzi tecnici; poteva cioè aiutare le formazioni deboli a reggere l’urto con i colossi del campionato, che erano sempre gli stessi e comunque pochissimi: il Grande Torino, che sarebbe stato spazzato via nella sciagura aerea del 4 maggio 1949, e poi la solita Juventus, la solita Inter ed il solito Milan. Tutte le altre formazioni erano di contorno. Ma ormai le alchimie tattiche suggestionavano anche i tecnici dei grandi club. Per dare alla difesa dell’Inter un giocatore in più, Aldo Olivieri fu meno complicato di Viani a Salerno e di Rocco a Trieste: prese un’ala e la trasformò direttamente in difensore. Idea audace, per molti incomprensibile, introduceva un ruolo davvero interessante e molto in anticipo rispetto ai tempi, affidandolo non ad un difensore vero e proprio ma ad un elemento che, ricordando di essere pur sempre un attaccante, fosse capace appena possibile di proporsi come incursore a sostegno della manovra offensiva. A quell’epoca, fine anni 40, giocava in nerazzurro una diligente ala destra, Gino Armano, al quale il tecnico interista comunicò la sua idea di utilizzarlo in retroguardia, dunque con il compito principale di sbarrare la strada all’ala sinistra avversaria. Funzionò. Armano avrebbe potuto essere un modello in quel ruolo, però nessuna delle altre grandi squadre del tempo fece una analoga scelta, quella di rinforzare la difesa con un attaccante. I nuovi Armano, tatticamente suoi gemelli (ma molto più potenti, e pertanto rapidi anche nel rientro, come il gioco moderno richiede) sono nati almeno cinquant’anni dopo, perciò sono tra noi e si chiamano, per citare i più noti, Salihamidzic, Zambrotta, Javier Zanetti. ![]() La disposizione base secondo il vianema: gli attaccanti ridotti a quattro per l’arretramento del numero 9, maglia fatta indossare non più al centravanti ma ad un mediano, che infatti occupava il posto di mediano a centrocampo. La maglia numero 6, normalmente di un mediano, passava al difensore in più, cioè al libero.1) ciascun giocatore era tenuto a controllare, in fase difensiva, un determinato elemento dell’altra squadra marcandolo, cioè standogli sempre a stretto contatto (pressing); inversamente, era tenuto a smarcarsi (per farsi vedere, come si dice adesso) nell’istante in cui, conquistata la palla, la squadra passava alla fase offensiva ![]() Alberto Piccinini, padre del telecronista Sandro Piccinini, fu l’uomo-chiave del vianema, prima di diventare due volte campione d’Italia con la maglia della Juventus,squadra che però rifuggiva da queste alchimie tattiche. Storico equivoco: IL CATENACCIO ALL’ITALIANA: FU INVENTATO IN SVIZZERA DA UN TECNICO AUSTRIACO I primi esperimenti tattici risalgono agli anni 30, ma quelli più arditi si svolsero durante il decennio successivo. La novità che avrebbe cambiato per sempre la composizione e l’organizzazione del reparto difensivo fu prodotta nell’antro del più grande stregone dell’epoca, l’austriaco Karl Rappan, a quel tempo commissario tecnico della nazionale svizzera. Intesa soprattutto a rinforzare la difesa, consistette nell’invenzione del libero e dunque del catenaccio, come da allora fu chiamato l’assetto difensivo rinforzato aggiungendovi un elemento tolto ad un altro reparto. Nato in un cantone elvetico di lingua francese, il nuovo modulo di gioco fu chiamato verrou, catenaccio appunto: nome certamente azzeccato per un marchingegno che dopo tutto doveva servire a tenere chiusa la porta. Qualche tempo dopo all’estero cominciarono a chiamarlo, con un certo disprezzo, “catenaccio all’italiana”, involontariamente riconoscendo che in Italia veniva praticato meglio che altrove. Era proprio vero. ![]() Personaggi: UN ARTISTA ALLERGICO ALLE TATTICHE: WILKES Negli ultimi anni 40, periodo di vivaci fermenti tattici, diventò popolare in Italia un attaccante dell’Inter che alle tattiche era allergico: l’olandese Faas Servaas Wilkes, qui in una foto alla quale Il Calcio Illustrato dell’8 settembre 1949 riservò l’intera copertina. Più che un giocatore, Wilkes era uno spirito libero. Voleva fare da sé, e quando decideva di fare erano dolori per la squadra avversaria e godimento per i tifosi nerazzurri. Mezzala sinistra tutta dribbling, finte e sguardo magnetico - cose che a quei tempi contavano molto - Wilkes aveva la capacità di ipnotizzare e paralizzare gli avversari. Era un divertentissimo prestigiatore del pallone. Se incautamente esistesse oggi, un tipo così sarebbe massacrato di botte appena entrato in campo. Con Wilkes nell’Inter di quel periodo giocava, personaggio di un po’ misteriose origini, l’ala sinistra Ètienne Nyers. Attaccante sinistro di forte spessore, si venne a sapere che era nato da genitori ungheresi profughi di guerra in Francia. Quando giunse in Italia non aveva la nazionalità di nessun Paese, e già questa sua condizione di apolide faceva una certa impressione. Ma impressionavano di più la sua velocità (11 secondi sui cento metri portando palla) ed un tiro micidiale quanto preciso, di destro e di sinistro. Con giudizio superficiale Nereo Rocco fu etichettato come il tecnico del catenaccio. In realtà lo adottò con notevole successo in squadre povere (Triestina e Padova), ma non nel Milan, da lui guidato alla conquista di due scudetti e di due Coppe dei Campioni. In questo disegno, apparso sul Calcio Illustrato il 17 luglio 1966, il grande tecnico triestino viene raffigurato come un guerriero medievale munito appunto di catenaccio e di chiavistelli vari. Famosa la sua risposta, quando allenava il Padova, ad un tifoso patavino che poco prima della partita con una delle grandi del campionato si congedò da lui con il classico “vinca il migliore”. “Speremo de no!”, ribattè il Paron. di Enzo Foglianese
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Nel parlar di tattiche storiche, qui comincia un altro calcio rispetto al metodo ed al sistema, che abbiamo precedentemente ricordato con i rispettivi difetti ed aggiustamenti: i due terzini del metodo lasciati quasi sempre in inferiorità numerica, perciò nei guai, e per contromisura l’arretramento del centromediano a terzino centrale al fine di irrobustire la difesa nel modulo sistemista. Tuttavia quest’ultima modifica non bastò ad alcuni agguerriti allenatori, per lo più di squadre tecnicamente modeste: volevano impedire agli attaccanti avversari e soprattutto al centravanti che avesse superato lo stopper, in dribbling o anticipandolo, di presentarsi con il pallone a tu per tu col portiere. Nel cercarla con accanimento, pervennero per vie diverse ad una stessa ovvia soluzione: l’unico modo di rinforzare la difesa era aggiungervi stabilmente un giocatore tolto ad un altro reparto. Quale? Se ne videro di tutti i colori. 




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