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... vergogna. Non é pensabile minimamente mettere in dubbio quelle efferate uccisioni. Detto questo ricordo l' espressione di uno storico che ha detto che gli ebrei usano la shoa come un clava". Concorda?: " lasciamo perdre, ho avuto troppi fastidi e mi taccio su questo punto, ne ho passate tante,mi capisca". Nel mondo comunque esiste la tentazione di un doppio criterio di valutazione tra le vittime: " questo é vero, certo e chiaro. Si compiango giustamente i morti ebraici, ma dimentichiamo allegramente di fare un giorno della memoria per le vittime innocenti dei regimi comunisti, una barbarie, i quali ne hanno uccisi molti di più degli ebrei. Ma il politicamente corretto questo lo nasconde ed invece sarebbe bene rinfrescare la memoria, a chi la perde, davanti alle atrocità dei passati regimi comunisti e ealle attuali violazioni dei diritti dell' uomo in Cina, Cuba e Corea". La Santa Sede per mezzo della Congregazione per la dottrina della Fede ha inasprito le sanzioni verso i preti pedifili, condivide?: " lo ha deciso la Santa Sede e il Papa, dunque per obbedienza approvo". Come per obbedienza approvo:" se lo hanno statuito hanno le loro ragioni e mi auguro che queste decisioni servano realmente, dimostra che il Papa é quel galantumo che é, deciso a fare pulizia. Ben venga". Come deve comportarsi un vescovo davanti ad un prete pedofilo?: " con la severità di un padre". Ovvero?: " non é pensabile dargli un premio, ma neanche il castigo serve a molto. Quando alcuni confratelli li hanno trasferiti di sede, credo che abbiano fatto bene, hanno cercato nei limite del possibile di recuperarli, di aiutarli, di attendere con fiducia la loro conversione. Non bisogna mai chiudere la porta al penitente e le assicuro che i preti pedofili soffrono, hanno umiliazione della loro debolezza e non é umano infierire su di loro. Vanno aiutati ad uscire da questo inferno e se il trasferimento li può aiutare, ben venga". Che cosa intende la severità di padre?: " io non saprei come comportarmi, ma un Vescovo é un padre per il suo prete. Tra vescovo e prete si instaura una relazione genitoriale, pertanto lei ha mai visto un genitore che denuncia il figlio? Il genitore tende a perdonare, a recuperare, mai a fare sprofondare il figlio e in questo modo deve comportarsi un vescovo, aiutando, comprendendo, amando chi pecca. Certo é una situazione molto complessa, bisogna tener conto delle vittime, ma la denuncia di un figlio riesce sempre dolorsa e traumatica, ci si deve sempre pensare sopra, senza allegria e cuore leggero". Bruno Volpe |
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Monsignor Giacomo Babini, galantuomo e vescovo emerito di Grosseto, non é un Prelato del politicamente corretto e chiama le cose come stanno. Un poco di febbre per un' unghia malandrina lo tormenta, ma parla volentieri a tutto campo: " la legge argentina sui matrimoni gay va da sé che una cosa vergognosa, ma ormai ci sta da aspettarsi di tutto e non so dove andremo a parare. Ci sta da aspettarsi di tutto. Del resto Zapatero ha fatto scuola ed oggi ci ritroviamo certe eredità. La responsabilità non é dell' America Latina, ma certe idee le abbiamo esportate noi europei, per un lato, mentre anclericalismo e relativismo sono arrivati dagli Usa dall' altro. Dobbiamo rassegnarci a questa deriva, poi se la vedranno loro con il Padreterno". In un editoriale chi la intervista ha difeso monsignor Williamson: " credo che il Vescovo poteva anche stare zitto ed era meglio per tutti. Negare la shoa é una cosa assurda, quella fu una ...
Commenti
Sì, dando loro la possibilità di reiterare il reato (non è solo un peccato la pedofilia, è un reato gravissimo, lo sapete?) in un altro ambiente. E poi ci si permette di criticare don Vitaliano. Se non è diabolico tutto ciò...
Condannare gli omosessuali e comprendere i preti pedofili?
C'è qualcosa che mi sfugge nel suo discorso.
La frase Tra vescovo e prete si instaura una relazione genitoriale, pertanto lei ha mai visto un genitore che denuncia il figlio? mi fa comprendere poi che il problema della chiesa cattolica è proprio quello del celibato dei sacerdoti.
Un genitore non ci penserebbe due volte a denunciare un proprio filglio, se la denuncia servisse a sanare un comportamento malato: sono migliaia i casi di madri che denunciano i propri filgi tossicodipenden ti e violenti e tale azione non è certo dettata dall'odio.
Infatti qualunque genitore vuole sempre e solo il bene del figlio, ma questo chi figli non ne ha (naturali o adottati che siano) non potrà proprio capirlo.
Un saluto.
Uno Qualunque
Divertiti che la giovinezza non dura a lungo, goditela fin che puoi, ma non hai dei coetanei con cui passare le vacanze?
E' inutile che fai il "latinista" se poi sbagli gli accenti in Italiano.
Silenzio tombale...
Anzi no, sicuramente spunterà qualcuno che ringrazierà il vescovo emerito e si augurerà che lo spirito santo vegli su di lui...dimenticavo...
chiunque abbia letto e leggerà questo articolo si allontanerà un passetto dal vaticano... ed un passetto alla volta rimarranno soli nel loro denaro e nelle loro opere d'arte.
dobbiamo quindi ringraziare il monsignore per il suo prezioso servizio
Ed a proposito della CARNEFICINA dei komunisti riporto un Articolo MOLTO importante...e da leggere con attenzione:
Gulag sovietico: la vera religione del comunismo
di Gianfranco Morra
Il sipario sull'inferno nazista si aprì con l'arrivo delle truppe angloamericane da ovest e russe da est. Da allora una delle grandi stragi della storia, che indurrà il filosofo Adorno e il cantautore Guccini a dire che "Dio è morto", è stata analizzata, approfondita, condannata come meritava. Sull'altra strage, non minore né per qualità, né per quantità, si è preferito glissare.
Prima il silenzio, poi le ammissioni mai prive di distinzioni e di giustificazioni, infine il distacco da cose ormai così lontane che non meritano più interesse. Eppure la caduta dell'URSS e l'apertura degli archivi segreti russi consente ormai una pressoché completa cartografia e statistica dei campi di concentramento comunisti. E gli studi storici su quel fenomeno si sono intensificati: ultimo, da pochi giorni disponibile in traduzione italiana, quello assai ampio di Anne Appelbaum, "Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici", edito da Mondadori (Premio Pulitzer 2004).
Un libro molto documentato, preciso e anche moderato nei giudizi. Che non ha inteso offrire rivelazioni, ma un attendibile bilancio. Se ci da qualcosa di più è nella descrizione di rapporti interpersonali di forte umanità, che non mancavano anche in quell'inferno dantesco che fu il gulag: solidarietà, amicizia, amori, nascite, letteratura, arte. Uno studio sociologico, dunque, che ci offre una vivace tipologia della "fauna" dei gulag: guardie e prigionieri, donne e bambini, malati e moribondi, russi e stranieri, ispettori e medici, criminali comuni e politici.
L'ampia ricerca della Applebaum conferma e approfondisce le ipotesi già passate in giudicato nella storia degli stermini sovietici:
1) II "Gulag" (sigla per "Amministrazione generale dei campi") non è una creazione di Stalin, ma della rivoluzione comunista di Lenin, il quale nel 1918 prescrisse campi di concentramento per gli «elementi inaffidabili», al fine di «riabilitare i nemici del popolo»; nel 1921 ce n'erano già 84 unità, ciascuna formata di molti campi.
2) A partire dal 1929, col varo del primo piano quinquennale, si pensò di utilizzare i gulag come campi di lavoro coatto e produttivo; era in corso l'industrializzazione dell'URSS e i prigionieri contribuirono potentemente a tagliare legnami, estrarre minerali, innalzare edifici, costruire strade, canali, centrali idroelettriche, dissodare paludi, produrre trattori e armamenti.
3) Negli anni 1937-1938 si ebbe il sovraffollamento dei campi, in conseguenza dei processi staliniani e del connesso terrore.
4) Allo scoppio della seconda guerra mondiale non pochi dei 2.350.000 prigionieri vennero portati al fronte, ma subito dopo il numero dei gulag crebbe sino alla morte di Stalin: circa 2 milioni e mezzo di internati.
5) Morto il dittatore cominciò la riduzione, anche per la constatazione che erano poco produttivi; ma il gulag scomparve del tutto solo nel 1987.
Gulag = comunismo, dunque. Tanto è vero che tutto il comunismo era un gulag, anche se a diversi gradi, ma sempre con la minaccia per i cittadini di passare dal gulag sopportabile a quello letale: «Per chi non c'è stato, verrà il suo turno, chi c'è stato, non lo scorderà mai» (cantavano i prigionieri).
Totale dei totali: circa 18 milioni di cittadini russi ne furono ospiti. Ai quali vanno aggiunti 6 milioni che non furono internati, ma costretti ad abitare in disagiati villaggi siberiani in quanto privi di passaporto interno. Quanti hanno lasciato la pelle nel "tritacarne", o per uccisione diretta o per le conseguenze delle terribili condizioni di vita (freddo, fame, malattie) ? Difficile dirlo, anche perché molti, che venivano giustiziati, erano indicati sul registro come morti per epidemia. Si ritiene che circa un milione siano stati i fucilati, e molto più numeroso sia stato il numero dei morti per cause "naturali". La cifra completa, approssimativa per difetto, calcolata dalla Applebaum è angosciante: 2.749.163.
Certo, fra i gulag di Stalin e il lager di Hitler c'è una differenza: nei primi si entrava per lavorare duro, ma si poteva, non troppo spesso, anche uscire "riabilitati"; nei secondi si entrava soltanto, dato che vennero creati quando Hitler passò dalle soluzioni parziali del problema ebraico (emigrazione singola, trasferimento di massa in qualche paese lontano) alla decisione di sterminarli (assai interessante in tal senso lo studio di Hans Mommsen, "La soluzione finale. Come si è giunti allo sterminio degli ebrei", da poco in libreria edito dal Mulino). Ma il calcolo quantitativo condanna senza attenuanti il comunismo: solo in Ucraina una carestia provocata causò un numero di morti superiore a quello di tutti gli ebrei uccisi dai nazisti. Ma i morti erano solo un aspetto e, talvolta, neppure il peggiore.
Ciò che più volevano sia Hitler che Stalin era la distruzione morale dei reclusi, la loro morte civile. Il regime trovava un rafforzamento nell'invenzione di «nemici oggettivi interni» (che in massima parte non lo erano affatto), da collegare al pericolo dell'«accerchiamento capitalistico». Ciò che meno contava era la realtà dei delitti imputati. La polizia e la magistratura non dovevano scoprire dei colpevoli, ma condannare quelle categorie di persone che il Partito e il suo Capo di volta in volta indicavano: in Germania minorati e ritardati, zingari, omosessuali ed ebrei; in Russia i borghesi, i compagni revisionisti, i tartari, i ceceni, i polacchi, i baltici, gli ebrei («immondizia, parassiti, vermi, pidocchi, sanguisughe», come li chiamavano Lenin e Stalin).
E il gulag era il luogo per distruggere la personalità, con indicibili umiliazioni materiali e morali: «Le persone selezionate per il taglio degli alberi in inverno o per lavorare nelle peggiori miniere d'oro della Kolyma andavano incontro a morte certa. Venivano rinchiusi in celle di punizione fino a quando non morivano di freddo e di fame, lasciati senza cura in infermerie prive di riscaldamento, oppure fucilati a capriccio per tentata evasione». Più che fucilati, uccisi con il colpo alla nuca, per la necessità, sottolineata da una circolare della Gulag, di risparmiare proiettili. Uno doveva bastare.
Ma lo scandalo più grande non fu il gulag. Furono i comunisti occidentali, i quali tutti sapevano della loro esistenza, ma nessuno ne parlava. Anzi. I coniugi Webb, socialisti inglesi, che visitarono l'URSS nel 1936, dissero che «il contadino russo, servo da secoli, ha acquistato la libertà politica»; più schietto Bertold Brecht, che dei condannati ai processi di Mosca del 1937 ebbe a dire: «Più sono innocenti, più meritano di morire». Il filosofo tedesco Heidegger, che fu rettore universitario sotto Hitler, venne considerato un persecutore di ebrei. Il filosofo comunisca Sartre, accusato di aver taciuto sul gulag, si giustificò: «Non appartenevo al PCUS, perché dovevo parlare?»; e ad Albert Camus disse: «Anch'io, come te, trovo inammissibile il gulag, ma altrettanto parlarne sulla stampa». Eppure Sartre è ancora un'icona per la cultura di sinistra. I soliti due pesi e due misure, che i nostri comunisti italiani hanno portato avanti per decenni, pur avendo come guida Togliatti, che di gulag e di prigionieri di guerra se ne intendeva quanto Stalin.
Anche la maggioranza degli intellettuali europei e nordamericani preferì tacere. Altre volte esaltavano il comunismo, non costava loro niente, tanto vivevano in paesi sicuri e ricchi. Giustamente deploravano il "pazzo sanguinario" Hitler, producevano opere d'arte (pitture, sculture, poesie, romanzi, tragedie, musiche, film) sull'orrore del nazismo. Ma sul comunismo stendevano un velo pietoso. Lo stesso Spielberg ha filmato il lager nazista ("Schindler's list") e quello nipponico ("L'impero del sole"). Sui gulag silenzio.
I nazisti erano "malvagi per natura", i comunisti russi dei «compagni deviati che sbagliavano». Inevitabilmente, dato che il nazismo era il "Male assoluto", quanto il comunismo era un progetto di solidarietà e di liberazione, che in Russia soffriva a causa di una tradizione liberticida e religiosa da cui si stava liberando. Per mezzo secolo si sono indignati per le terribile stragi dei nazisti, quando non c'erano più, mentre la loro coscienza morale non era scossa da stragi non meno gravi ancora in atto al di là della Cortina di ferro. Un singolare caso di strabismo.
GENOCIDIO DEGLI ARMENI
Il genocidio degli armeni è stato giustamente definito il "prototipo dei genocidi del ventesimo secolo", l'esempio perfetto della distruzione il più possibile completa di un gruppo etnico da parte di uno Stato, il tragico capitolo primo di un secolo che si è chiuso con altri capitoli sanguinari, e altre pulizie etniche. L'importanza di questo genocidio, quindi, si impone non solo per un motivo cronologico. La distruzione "scientifica" del popolo armeno da parte dello stato turco si rivela un tragico paradigma sia per le tecniche impiegate che per l'elemento di ispirazione nei confronti di altri propositi genocidari.
In ultimo, l'anno Duemila segna l'ottantacinque simo anniversario del genocidio armeno. Il caso armeno rivela anche una verità sulla quale raramente ci si ferma a riflettere: un popolo diventa possibile obbiettivo di un genocidio quando si realizzano contemporaneame nte due fenomeni paradossalmente contrari, quando cioè al punto di maggiore debolezza e minoranza si somma un irrazionale atteggiamento ossessivo da parte di una maggioranza antagonista. Come nel caso degli ebrei, il genocidio si rivela possibile quando il bersaglio non è attrezzato a difendersi, non quando è potente o esercita un effettivo potere d'influenza nella società in cui vive. Anche da questi presupposti nasce la necessità storica della creazione dello stato d'Israele. Seppure una serie di zelanti storici "negazionisti" si sia affannata a negare il genocidio armeno, esistono documenti inoppugnabili i quali dimostrano come il governo turco abbia pianificato e pianifichi freddamente l'eliminazione fisica del popolo armeno.
La mancanza di un'adeguata esposizione del genocidio armeno agli occhi dell'opinione pubblica la si deve a due fondamentali fattori: l'operazione di sterminio è stata condotta in pieno conflitto mondiale (1915), in una situazione in cui operazioni militari e perdite di vite umane potevano essere meglio mascherate e l'atteggiamento calcolatore delle Potenze occidentali, che hanno sempre riconosciuto alla Turchia un importante ruolo di baluardo e contenimento, prima verso l'integralismo islamico, poi verso l'imperialismo sovietico.
Armenia, una porta verso l'Oriente - Gli armeni giunsero intorno al VII secolo a.C. in quel territorio situato a sud del Caucaso e del mar Nero, a est dell'altopiano anatolico, a ovest del mar Caspio, in una zona montuosa, fertile e strategica, dal momento che attraverso essa passa una delle fondamentali vie per l'Oriente. Da sempre, quindi, l'Armenia è una regione che fa gola a tutti i popoli dominatori adiacenti, dai persiani ai greci, dai romani agli arabi. L'unico modo per sopravvivere è quello, tradizionale, di giocarsi periodicamente le alleanze, sfruttando le rivalità tra Bisanzio e la Persia. La sopravvivenza, però, passa anche per una propria precisa identificazione: gli armeni diventano così, tra il IV e il VI secolo d.C., cristiani, ma appartenenti ad una Chiesa nazionale, che li pone in contrasto con quella occidentale.
Periodiche invasioni turche spingono gli armeni verso la Cilicia dove, tra le montagne dell'Amano e del Tauro, prende forma la Nuova Armenia, che resisterà fino alle porte del XVI secolo. Si affaccia infatti sulla scena l'impero Ottomano che occupa la parte occidentale dell'Armenia, mentre quella orientale finisce alla Persia. Da questo momento gli armeni diventano cittadini ottomani, di un impero plurinazionale che, benché di maggioranza musulmana, si dimostra tollerante verso le minoranze cristiane, rispettandone lingua e cultura. È, tutto questo, parte di un "contratto", che prevede comunque, per i non musulmani, una condizione di inferiorità nel campo dei diritti civili: quella del Sultano è una teocrazia, dove l'Umma (comunità credente) domina i dhimmis (i "protetti").
Questi ultimi sono cristiani ed ebrei, che non possiedono terre proprie, pagano più imposte e, di fronte alla sharia - combinazione di legge civile e religiosa basata sul Corano - si rivelano cittadini di classe inferiore. In un processo, ad esempio, una testimonianza di un cristiano contro un musulmano non ha valore. Gli armeni, quindi, non hanno il minimo accesso alla vita politica dell'Impero.
La disgregazione dell'Impero: il seme del genocidio - Per quanto possa sembrare paradossale, in questa condizione di subalternità all'interno di un solido regime imperiale gli armeni non corsero alcun rischio. Questa situazione di debolezza risultò letale solo quando l'Impero ottomano cominciò la sua lunga crisi, divenendo agli occhi dell'Occidente il "malato d'Europa". Fu quindi l'inizio del declino dell'Impero sovranazionale, in contemporanea al sorgere dei nazionalismi ispirati dagli irredentismi europei, quello armeno, che cominciava ad avanzare qualche rivendicazione, e quello turco (i Giovani Turchi), a creare la pericolosa miscela di ossessione e razzismo da cui sarebbe sprigionato il genocidio. Dopo la proclamazione dell'indipenden za della Grecia nel 1822, le popolazioni balcaniche si ribellano al sultanato e chiedono autonomia.
La Russia, eterna rivale dell'Impero ottomano cerca di ottenere vantaggi da questa crisi: da più di un secolo la Russia si propone come la protettrice degli ortodossi in Medio Oriente, strategia che le permette una continua ingerenza nell'area. I trattati di Londra del 1827 e di Parigi del 1856 si rivelano una fastidiosa arma di intervento nella zona di pertinenza ottomana da parte delle Potenze occidentali, per di più l'Europa chiede alla Sublime Porta (il governo ottomano) continue riforme.
È una politica del tira e molla da parte delle Potenze europee, perché l'Impero Ottomano è comunque alleato fondamentale per il contenimento della Russia. Da parte loro, gli armeni, esercitano una pressione autonomistica su un fronte legale (il patriarcato di Costantinopoli porta la questione armena sulla scena internazionale) e illegale (dal 1890 nascono partiti rivoluzionari che sostengono la lotta armata, come la Federazione Rivoluzionaria Armena, il FRA).
Questa particolare combinazione di pressioni esterne ed interne all'Impero si rivelerà fatale per gli armeni. "Nessuno stato -scrive inconfutabilmen te Claude Mutafian - è più crudele di un grande impero in agonia".
1894-1986: i primi massacri - Quasi a voler saggiare la capacità di reazione delle Potenze europee, il sultano Abdul Hamid pianifica nel 1894 il primo massacro di massa contro gli armeni. Il piano criminale scatta nella regione di Sassun, a ovest del lago Van. Una campagna di disinformazione, che accusava gli armeni di tradimento e complottismo, servì ad accendere gli animi della maggioranza musulmana. In nemmeno due anni i primi pogrom anti-armeni causano la morte di più di 200.000 persone, la conversione forzata all'Islam di decine di migliaia di persone, e un esodo di massa fuori dai confini dell'Impero. L'eccidio viene perpetrato davanti agli osservatori europei, che non mancano di informare (in documenti perfettamente reperibili) i propri governi, i quali decidono comunque di non intervenire. È il segnale che il sultanato attende: la scintilla era scoccata, e negli anni seguenti avrebbe incendiato tutta l'Armenia.
La fine dell'Impero Ottomano - L'eccidio era stato però l'ultimo atto disperato di un potere destinato al crollo. Per quanto possa sembrare paradossale, considerando gli eventi successivi, i rivoluzionari armeni si alleano ai nazionalisti turchi in chiave anti-ottomana e, nel luglio 1908 un putsch condotto dal partito Unione e Progresso chiude l'era ottomana e stabilisce un regime costituzionale. Sono i Giovani Turchi, nome col quale l'Europa definisce, ottimisticament e, i rappresentanti di una Turchia che si immagina finalmente europea a tutti gli effetti. I Giovani turchi, in realtà, sono divisi al loro interno, e finisce per vincere l'ala più oltranzista, decisamente anti-ottomana e di conseguenza più nazionalista. L'indipendenza della Bulgaria, il passaggio della Bosnia-Erzegovi na all'Impero austro-ungarico, quello della Tripolitania all'Italia nel 1911, i conflitti balcanici nel 1912 e nel 1913 smembrano progressivament e l'ex-Impero Ottomano, e questo non può che radicalizzare il nuovo governo turco.
Il misto di sconfitte e nazionalismo crea quindi le basi per il genocidio armeno agli albori del XX secolo. Nell'aprile 1909 una seconda ondata di massacri colpisce gli armeni, nella zona della Cilicia, prima ad Adana, la città maggiore, poi in tutta la provincia. In due ondate violentissime il partito Unione e Progresso (Ittihad) pianificano il massacro di 30.000 persone, nel silenzio generale da parte delle Potenze europee. Intanto il governo si trasformava in una dittatura oligarchica affidata a tre "uomini forti", Djemal, Enver e Talaat, che avrebbero ottenuto i ministeri della Marina, della Guerra e dell'Interno.
La Grande Guerra e il genocidio armeno - La Grande Guerra offre al governo turco l'opportunità di "chiudere i conti" con gli armeni. La Turchia entra in guerra a fianco delle Potenze centrali. Da parte loro, gli armeni si dividono in più fazioni: chi è per la neutralità, chi si propone di com*parola censurata* per la Turchia "da cittadino ottomano" e chi si schiera con i Russi. Sul confine fra Turchia e Russia, infatti, avvengono gli scontri più duri, a tutto favore di quest'ultima. Nella loro ritirata attraverso la regione armena, i soldati turchi si convincono che buona parte della responsabilità della sconfitta risiede nei "traditori" armeni. In realtà, nelle file russe ci sono anche armeni, ma sono quelli da sempre appartenenti alla Russia, non quelli "ottomani".
Il terreno è fertile per far fiorire il genocidio. Tra il dicembre 1914 e il febbraio 1915 il Comitato centrale del partito Unione e Progresso, guidato da due medici - i dottori Nazim e Behaddine Chakir - pianifica la totale soppressione degli armeni come popolo. Viene creata la famigerata Organizzazione Speciale, una struttura paramilitare dipendente dal ministero della Guerra, ufficialmente incaricata di operazioni spionistiche oltre confine, ma segretamente incaricata di sterminare gli armeni (ai messaggi ufficiali di non toccare la popolazione armena durante le operazioni militari seguivano contrordini in codice di segno opposto). Oltre a ciò, detenuti comuni vennero scarcerati e addestrati per far parte di squadre irregolari (i tchété), adibiti ai lavori più sporchi. Il piano scatta tra il gennaio e l'aprile 1915: i soldati armeni, che avevano combattuto per il governo turco, vengono disarmati, raggruppati con la scusa di eseguire lavori specifici di ricostruzione ed eliminati lontano dai centri abitati.
Alla fine di aprile, con il pretesto di una rivolta armena scoppiata a Van, 2345 notabili armeni di Costantinopoli vengono arrestati, nei mesi successivi tutta l'élite intellettuale (scrittori, giornalisti, poeti come Daniel Varujan, parlamentari come Krikor Zohrab) vengono deportati verso l'interno dell'Anatolia e massacrati lungo il percorso. Tra il mese di maggio e il mese di luglio dello stesso anno gli armeni di 7 provincie orientali - Erzerum, Bitlis, Van, Diyarbakir, Trebisonda, Sivas e Kharput - vengono uccisi o deportati. Gli uomini in salute vengono uccisi sul posto, donne, bambini e vecchi vengono deportati, obbligati a sostenere lunghe marce verso il deserto, all'unico scopo di farli morire di fatica. I convogli vengono fatti attaccare da nomadi curdi al servizio del governo.
Nel mese di agosto, per quanto possa sembrare incredibile, il governo turco è riuscito a sradicare completamente gli armeni da una regione nella quale avevano vissuto per secoli. Tra l'agosto 1915 e il luglio 1916 scatta la seconda fase del genocidio: l'eliminazione degli armeni nella altre zone della Turchia, in particolare quelle dell'Ovest, lontane dal fronte di guerra, come la Cilicia. I pochi sopravvissuti vengono raccolti in campi di concentramento in Siria, nel Sud del paese, alcuni condotti verso la Mesopotamia, per la precisione a Deir es-Zor, il cui carnaio del luglio 1916 passerà alla storia come il simbolo del genocidio armeno. In un anno solamente - queste le agghiaccianti cifre - un milione e mezzo di armeni vengono uccisi, 100.000 bambini vengono presi da turchi e curdi e cresciuti sotto l'Islam e sotto un'altra lingua.
La fine della guerra e il completamento del genocidio - La sconfitta della Turchia nella Prima guerra mondiale sembrò portare ad un riscatto dei 600.00 armeni sopravvissuti al genocidio, ma paradossalmente le pressioni dei vincitori per processare i responsabili dell'immenso massacro, unite alla forzata nascita (Conferenza di Pace, Trattato di Sèvres, agosto 1920) di una Repubblica d'Armenia e di un Kurdistan indipendenti, servì solo a completare lo sterminio. Dopo la caduta di Abdul Hamid e dei Giovani Turchi il potere finisce a Mustafà Kemal, deciso ad imporre il nazionalismo turco e a completare l'opera dei predecessori nei confronti degli armeni. Kemal seppe sfruttare con astuzia la diffidenza tra la nuova Russia bolscevica e gli Alleati occidentali. Nell'indifferen za generale, e con assoluto disprezzo delle disposizioni del Trattato di Sèvres, Kemal ordinò alle proprie truppe, agli ordini del generale Karabekir, di invadere l'Armenia e, con l'aiuto della rediviva Organizzazione speciale, attuò la fase finale del genocidio. L'incendio di Smirne (settembre 1922) può essere considerato l'epilogo del genocidio. La Conferenza di Losanna del 1923 si premurò di annullare gli accordi di Sèvres, e nei protocolli sono addirittura assenti le espressioni "Armenia" e "armeno". L'Europa dava il suo avallo al massacro.
-Il negazionismo turco Esistono importanti testimonianze sul genocidio armeno. Nel luglio 1915 Johannes Lepsius- un pastore tedesco che aveva già assistito ai massacri del 1894-96 - torna a Costantinopoli e assiste al nuovo eccidio. Nel 1916 il pastore pubblica il Rapporto segreto sui massacri d'Armenia, e nel 1919 una raccolta di documenti diplomatici dal titolo La Germania e l'Armenia, 1914.1918, entrambe schiaccianti testimonianze di ciò che era avvenuto. Dalle Memorie dell'ambasciato re americano Morgenthau è invece possibile raccogliere le confidenze ottenute dallo stesso ministro Talaat (del quale vergognosamente esiste un mausoleo sulla "collina dei martiri" a Costantinopoli) il quale affermava che le deportazioni erano il "risultato di lunghe e serie riflessioni".
Non solo: "Ci hanno rimproverato di non aver fatto distinzione, in mezzo agli armeni, tra gli innocenti e i colpevoli: è assolutamente impossibile, perché gli innocenti di oggi saranno forse i colpevoli di domani". O, infine: "Noi abbiamo già liquidato la posizione di tre quarti degli armeni […] bisogna che la finiamo con loro, altrimenti dovremo temere la loro vendetta".
Sempre da parte americana, e per di più filo-turca, The Slaughterhouse Province (La provincia mattatoio)", del console americano a Khapurt, Leslie Davis, dove, datato luglio 1915 si può leggere in una lettera a Morgenthau :"Li hanno semplicemente arrestati e uccisi nell'ambito di un piano generale di sterminio della razza armena". Di grande importanza è anche il Libro Blu britannico redatto dal diplomatico James Bryce. In un discorso alla Camera dei Lords, il 6 ottobre 1915, Bryce documentò l'uccisione premeditata di almeno 800.000 armeni.
Il Libro Blu, edito l'anno successivo, contiene più di 150 documenti provenienti da testimoni neutrali, con contributi anche fotografici. Il negazionismo turco del genocidio armeno poggia su tre argomenti. Il primo, sostenuto sin dal 1915, cerca di ribaltare le responsabilità, accusando gli armeni di aver tradito la Turchia, di avere attuato un genocidio contro i Turchi (il riferimento è ad alcuni attacchi a villaggi turchi da parte di bande armene venute dalla Russia). Il secondo argomento - che cerca di smontare l'intera esistenza del genocidio - nega che da parte del governo turco ci sia stata l'intenzione e la premeditazione dello sterminio.
La Turchia ammetterebbe la deportazione e i massacri, ma non la pianificazione scientifica del genocidio. Nel 1988 la pubblicizzata apertura degli archivi ottomani (trattati con cura nei settant'anni precedenti) rivelerà solo la clamorosa falsificazione di documenti che, nell'intenzione di Ankara, attesterebbero l'innocenza turca. Il terzo argomento è quello della sfida delle statistiche. Quanti erano gli armeni nell'Impero Ottomano prima del genocidio? Il sopravvissuto patriarcato armeno di Costantinopoli dice 2.100.000 persone, i turchi 1.290.000, mentre la cifra delle vittime sarebbe, per gli armeni, 1.500.000, per i turchi da 200.000 a 800.000.
Anche seguendo l'indicazione turca, non si potrebbe fare a meno di constatare che più della metà degli armeni sono stati eliminati. Dal 1973 al 1987 il riconoscimento del genocidio armeno subisce un percorso incerto, soprattutto a causa del governo turco, il quale fa pesare sulla bilancia il proprio fondamentale ruolo atlantico nella Guerra Fredda. Il 18 giugno 1987 il Parlamento europeo ammonisce che il rifiuto di riconoscere il genocidio armeno costituisce un ostacolo all'ingresso della Turchia nella Comunità Europea.
BIBLIOGRAFIA
* Lo stato criminale di Yves Ternon, pp.227426, Edizioni Corbaccio, 1997
* Metz Yeghérn - Breve storia del genocidio degli armeni, di Claude Mutafian, pp. 76, Edizioni Angelo Guerini e associati, 1995
* Il secolo del martirio di Andrea Riccardi, pp. 522, Arnoldo Mondadori Editore, 2000
* Armeni - Un popolo in esilio, di David Marshall Lang, pp.204, Edizioni Calderini, 1989
Eccole le parole di Verità: Quando alcuni confratelli li hanno trasferiti di sede, credo che abbiano fatto bene, hanno cercato nei limite del possibile di recuperarli, di aiutarli, di attendere con fiducia la loro conversione. Non bisogna mai chiudere la porta al penitente e le assicuro che i preti pedofili soffrono, hanno umiliazione della loro debolezza e non é umano infierire su di loro. Vanno aiutati ad uscire da questo inferno e se il trasferimento li può aiutare, ben venga"
Samo ai limiti del favoreggiamento del reato di pedofilia!!! VERGOGNATI E NON TIRARE IN BALLO LO SPIRITO DI VERITA', NON BESTEMMIARE!!
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cosa vuol dire penitente? UNO CHE SI E' PENTITO....o per te vale un'altra cosa?.....lo conosci il catechismo?......altrimenti meglio che ti occupi di altro!!
Ripeto Monsignore ha parlato di quelli che commesso il fatto si sono pentiti, vorresti per loro la pena di morte? su esplicita .....
Monsignore NON ha detto trasferimento per fare di nuovo il prete .....
Ma lo scandalo più grande non fu il gulag. Furono i comunisti occidentali, i quali tutti sapevano della loro esistenza, ma nessuno ne parlava. Anzi. I coniugi Webb, socialisti inglesi, che visitarono l'URSS nel 1936, dissero che «il contadino russo, servo da secoli, ha acquistato la libertà politica»; più schietto Bertold Brecht, che dei condannati ai processi di Mosca del 1937 ebbe a dire: «Più sono innocenti, più meritano di morire». Il filosofo tedesco Heidegger, che fu rettore universitario sotto Hitler, venne considerato un persecutore di ebrei. Il filosofo comunisca Sartre, accusato di aver taciuto sul gulag, si giustificò: «Non appartenevo al PCUS, perché dovevo parlare?»; e ad Albert Camus disse: «Anch'io, come te, trovo inammissibile il gulag, ma altrettanto parlarne sulla stampa». Eppure Sartre è ancora un'icona per la cultura di sinistra. I soliti due pesi e due misure, che i nostri comunisti italiani hanno portato avanti per decenni, pur avendo come guida Togliatti, che di gulag e di prigionieri di guerra se ne intendeva quanto Stalin.