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1) Qual è la novità più significativa della seconda giornata a Gerusalemme di Benedetto XVI? 1) “Il rabbino capo ashkenazita di Israele, Yona Metzger, nel corso dell'odierno incontro con Benedetto XVI a Gerusalemme, ha proposto la costituzione di un "organo internazionale, che sia una specie di Onu delle religioni, al fianco dell' Onu per i diplomatici e gli uomini di governo". In seno a quest' organo, ha spiegato, "i rappresentanti delle religioni, anche di Stati che non hanno ancora relazioni diplomatiche tra di loro, siederanno uno a fianco dell'altro attorno a un tavolo per risolvere i conflitti e le differenze di opinioni che nascono per motivi religiosi". Il rabbino ha affermato che se l'incontro tra il capo della Chiesa cattolica e i leader della religione ebraica si fosse "svolto molti anni prima, si sarebbe risparmiato molto sangue innocente e si sarebbero evitati odii insensati". 2) Come sta andando la visita in Israele? ...
... 2) ““L' ambasciatore di Israele in Vaticano, Mordechai Lewy, ha detto stamattina ciò che tutti pensano. E cioè che la visita di Benedetto XVI in Terra Santa "ha una dimensione storica" e sta creando una tradizione di visite papali ogni dieci anni. Questa visita, secondo Lewy, benché molto articolata nella sua dimensione di pellegrinaggio religioso, ha anche una dimensione politica perché il Papa è anche un capo di stato oltre a essere capo della Chiesa. Per Israele sono molto importanti i tre punti contenuti del discorso del Papa all'arrivo all’aeroporto di Tel Aviv: "una completa condanna di ogni negazione dell' Olocausto, ricordando i sei milioni di ebrei vittime della Shoah". Papa Ratzinger, inoltre, "si è inserito nella lunga fila di pellegrini in Terra Santa manifestando cosi la speranza che molti altri verranno dopo di lui. E ciò significa un incoraggiamento al pellegrinaggio che è ciò che Israele si aspetta dopo la visita. Infine Israele ha apprezzato "l'affermazione che lo stato di Israele è qui per restare come stato dei nostri antenati". L'ambasciatore ha poi confermato che nei negoziati della commissione bilaterale tra Israele e Vaticano sugli aspetti concernenti le attività della Chiesa e delle sue istituzioni in Israele "sono stati fatti grandi progressi sulle questioni fiscali e sono in corso trattative sulla molto ardua questione dell' esonero dagli espropri delle proprietà vaticane. 3) E i cristiani di Terra Santa? 3) “Qualcuno è già partito, altri non hanno avuto l'autorizzazione dalle autorità israeliane e dovranno rinunciare. Tutti sono inquieti. Per i cristiani di Gaza, la tappa di domani del Papa a Betlemme è tutt'uno con la speranza di mettere il naso fuori dalla striscia di terra in cui vivono in sparuta minoranza. Una mezza galera per l'intera popolazione, dacché gli islamico-integralisti di Hamas hanno conquistato il potere (due anni fa) e Israele imposto il blocco dei passaggi di confine; qualcosa di ancor più soffocante per la comunità cristiana di quaggiù, marginale come in pochi altri posti al mondo. "Abbiamo trascorso gli ultimi giorni davanti alla tv, in attesa della visita di Sua Santità: ora finalmente ci siamo", spiega Jabra al-Najjar, un pensionato di 62 anni che vive con la famiglia a Shati, in una microscopica isola cristiana ai margini di Gaza City segnata dalle rovine dell'ultima guerra: l'operazione 'Piombo Fuso', conclusa dalle forze israeliane il 18 gennaio scorso con un bilancio di oltre 1300 morti. Jabra e sua moglie Samira sono tra coloro che ieri hanno ottenuto il sospirato via libera. Stanno completando gli ultimi preparativi prima d'incamminarsi verso il valico di Eretz, da dove entreranno in Israele per poi proseguire fino a Betlemme, in Cisgiordania: unico luogo in territorio palestinese incluso nel pellegrinaggio di Benedetto XVI in Terrasanta. Luogo in cui il pontefice celebrerà la messa nella basilica della Natività, cara alla devozione dei cristiani di tutto il pianeta, ma si confronterà pure con la frustrazione e le rivendicazioni della gentee palestinese - cristiani e musulmani che siano - nel campo profughi di Al Aida. Dalla Striscia di Gaza - laddove vivono in tutto non più di 300 cattolici (e un paio di migliaia di ortodossi) su un milione e mezzo di abitanti - è in arrivo un drappello di fedeli: 93, per l'esattezza, stando ai permessi concessi a oggi dalla sicurezza israeliana. La Santa Sede aveva chiesto 150-200 lasciapassare, ma alla fine a presentare i moduli, convinti di avere qualche speranza, sono stati in 120. E 27 sono ancora in attesa di risposta. I coniugi al-Najjar dovranno lasciare a casa - salvo contrordini in extremis - la figlia Nur, di 18 anni, cui finora é stato detto di no. Ma sono contenti lo stesso. "Potremo pregare con il Papa e rivedere due figli che studiano da tempo a Betlemme", sospira Jabra, certo che la visita di Benedetto XVI sia destinata "a produrre molti frutti in una dimensione religiosa". Ma scettico su ogni ipotesi di svolta politica, poiché "Sua Santità può magari parlare in favore dei diritti del popolo palestinese, ma a Israele non interessa".Al pari di tutti i cristiani di Gaza, anche gli al-Najjar tengono a sottolineare di essere "palestinesi come gli altri", i musulmani, e di "patire l'assedio come tutti". Mentre si guardano bene dal contestare la propria leadership politica: sia quella più moderata di Fatah, il partito del presidente Abu Mazen, rimasto al potere in Cisgiordania; o quella dei radicali di Hamas, che dominano incontrastati sulle loro teste, nella Striscia, dal 2007. Amin Sabagh, 28 anni, impiegato in una piccola scuola fondata da cattolici a Gaza City, non nasconde tuttavia di essere "stanco di contrapposizioni e guerre". L'autorizzazione per Betlemme non l'ha avuta. "E' un peccato - dice - perché questa visita porterà benedizioni alla Palestina, anche se l'occupazione israeliana resta e il mondo alla fine fa solo ciò che vogliono Usa e Israele". Ramzi Quborsi, trentenne sposato e padre di un figlio, annuisce. All'incontro col Papa non ci sarà nemmeno lui: "Mi dispiace perché qui, fra guerre e assedio, non possiamo viaggiare, lavorare, né fare niente". "Del resto - conclude cupo - non so se questa visita, tanto carica di significati religiosi, potrà cambiare nulla dal punto di vista politico. Purtroppo, credo proprio di no". 4) Qual è abitualmente la loro condizione in una terra contesa tra ebrei e musulmani ? 4)” “Sono minoranza esigua ma rispettata, malgrado le grandi difficoltà. Con qualche eccezione. Non è segnata nemmeno sulle carte geografiche eppure Taybeh, villaggio dei Territori palestinesi, ha un primato di tutto rispetto: è l'unica località della Palestina abitata interamente da arabi-cristiani. Mille e trecento anime, tutte d'accordo su un punto, che qui non si affittano né si vendono case a musulmani o ebrei, una scelta a difesa di un'identità cristiana che viene dal passato. Hanno raccolto l'appello di Benedetto XVI a rimanere in Terrasanta, tanto che, pur essendo a 30 chilometri da Gerusalemme, sul confine che divideva Samaria e Giudea, a Taybeh non trovi sinagoghe o moschee ma un castello crociato, una basilica bizantina e tre chiese, una per ogni confessione presente, ortodossa, greco-melchita e di rito latino. Per raggiungerla si attraversa il check point di Hezma, vicino a Ramallah, si arriva, a questa piccola roccaforte del cristianesimo arabo. Intorno una natura brulla rende il paesaggio apparentemente inospitale. "Ma la nostra scelta - spiega Anthony Nazzal, nipote dello storico sindaco Ibrahim alla guida della cittadina per 40 anni - non è contro un'integrazione ma a difesa della storia del villaggio". Una resistenza silenziosa e pacifica che tuttavia fa delle eccezioni. Nelle scuole infatti ci sono oltre un centinaio di bambini musulmani che vengono dalle località vicine. "Siamo convinti che se vivono insieme fin da piccoli, sarà più difficile farsi la guerra da grandi", spiega padre Raed Abusahlia, parroco della chiesa di Cristo Redentore, la più grande del villaggio. Che, secondo alcuni, sarebbe la Efraim biblica, dove si fermò Gesù in cerca della protezione dei samaritani e ribattezzata nel 12/mo secolo dal terribile Saladino, dopo aver ricevuto una calorosa accoglienza. "La parola Efraim infatti in arabo ricorda uno dei nomi del diavolo - spiega il sacerdote - mentre Taybeh significa 'buona e deliziosa'". Per il parroco un posto ideale da dove lanciare un messaggio di speranza” 5)Quale? 5) "Si può vivere senza tradire il passato né temere il presente o il futuro". Il parroco è convinto che la visita di Benedetto XVI porterà fiducia, a quei cristiani d'oriente che si sentono soli e minacciati. E se anche certi timori qui non esistono, non viene meno un contributo significativo. Da qui trasmette 'Holy Land radio', la prima stazione radiofonica cristiana della Palestina. Fra approfondimenti e musica, lo speaker esprime solidarietà ai cristiani orientali e lancia un appello ai media stranieri: "Per favore non chiamateci minoranza, è un termine che in arabo significa deboli e perseguitati mentre qui, se non ve ne siete accorti, vive gente coraggiosa". 6) Non tutti in Israele la pensano alla stessa maniera sulla visita… 6) “ 6) “E’ vero sul significato della visita di Benedetto XVI si è aperto in Israele un dibattito appassionato, ricco di voci anche contrastanti, che domina le pagine dei giornali ed i dibattiti pubblici. Il discorso pronunciato ieri al Museo della Shoah Yad Vashem viene severamente qualificato dalla stampa "una occasione mancata". Il Pontefice, scrivono alcuni giornali, "non ha chiesto perdono" al popolo ebraico, non ha espresso il dolore che era tanto più atteso da un “Papa tedesco". Haaretz sintetizza così che "in Israele c'é delusione".Ma fra gli 'addetti ai lavori', fra quanti cioé hanno maggiore intimità con il complesso dialogo fra la Santa Sede e il mondo ebraico sviluppatosi nel corso degli anni, si sentono oggi valutazioni molto diverse. In un dibattito televisivo, altri ancora hanno suggerito di allargare la prospettiva dell'operato del Papa ricordando due altre tappe significative del suo itinerario religioso - le visite alla sinagoga di Colonia (2005) e al campo di sterminio di Auschwitz (2006) - che suggeriscono una meditazione molto profonda sulle relazioni fra la Chiesa e il popolo ebraico.La diversa sensibilità del mondo religioso ebraico per la visita del Papa (rispetto a quella dei mezzi laici di comunicazione) era peraltro palpabile nella sede del Rabbinato di Gerusalemme. Il rabbino capo ashkenazita Yona Metzger ha commentato positivamente la conclusione della vicenda del vescovo negazionista Richard Williamson, e la definizione da parte del Papa dell'antisemitismo come "un peccato contro Dio". Messaggi di apertura giungono anche dalla corrente nazionalista dei religiosi. L'autorevole rabbino Yuval Sherlo, molto ascoltato nei collegi rabbinici, ha pubblicato un articolo in cui stabilisce che "la visita in Israele serve ad approfondire la tendenza alla pacificazione fra il Cattolicesimo e il nostro mondo. Esistono così tante cicatrici, fratture e ferite che non possiamo certo sorvolare sulla Storia velocemente. La cosa richiederà tempo, il Pontefice e la sua Chiesa dovranno fare più di quanto non facciano oggi". "Eppure - prosegue il rabbino Sherlo - le nostre orecchie non sono otturate di fronte ai cambiamenti in corso nel mondo cattolico. Questa visita può dare nuovo impulso, con uno sguardo al futuro... Baruch ha-bà, benvenuto sia Papa". Un messaggio analogo è stato inoltrato, dai microfoni della radio dei coloni Canale 7 (un'altra voce del nazionalismo israeliano), dal professore di studi ebraici Shalom Rosenberg. Che Papa Ratzinger non abbia "chiesto perdono" - come forse prevedeva la stampa locale - è in definitiva un bene perché a suo parere la generazione attuale degli israeliani non potrebbe in alcun modo accollarsi un impegno morale del genere, di fronte ai secoli di sofferenze patite dagli ebrei nel mondo cristiano.L'importante è a suo parere invece concentrarsi sul futuro, sulla necessità di edificare adesso un mondo migliore. E in questa prospettiva, ne è sicuro, Benedetto XVI appare proprio un alleato importante”. Bruno Volpe
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