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INTERVISTA A GIACOMO GALEAZZI, VATICANISTA DE “LA STAMPA” E INVIATO A LES COMBES, SUL CARDINALE BERTONE Stampa E-mail
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INTERVISTA A GIACOMO GALEAZZI, VATICANISTA DE “LA STAMPA” E INVIATO A LES COMBES, SUL CARDINALE BERTONE1)Le vacanze 2009 del Papa hanno rappresentato anche un significativo segno di stime verso il suo primo collaboratore. Qual è il profilo del cardinale Tasrcio Bertone?1)”Quand’era arcivescovo di Genova firmava tutti i documenti aggiungendo alla firma l’acronimo «SdB» (società di don Bosco). Nato nel 1934 a Romano Canavese, provincia di Torino e diocesi di Ivrea, quinto di otto figli, cresce tra la casa e l’oratorio di Valdocco, dove compie i suoi studi medi e calca i campetti di calcio giocando in difesa nel ruolo di terzino e sognando i campioni della Juventus, la sua squadra del cuore.E’ arrivato nella sua città natale con un giorno d’anticipo rispetto al Papa. Tarcisio Bertone ha accolto a Romano Canavese Benedetto XVI per l’Angelus domenicale. Il papa è «molto dispiaciuto» di non poter scrivere, a causa dell’ingessatura del polso destro, e di dover perciò anche rallentare la stesura della seconda parte del suo ...

...  libro «Gesù di Nazareth», racconta il segretario di Stato, legatissimo alla sua terra. La biografia del futuro «braccio destro» di Benedetto XVI è quella di un piemontese folgorato, in giovinezza, dal messaggio di don Bosco. La sincerità dei modi e lo sguardo diretto lo rendono, anche se è stato rettore di università, più vicino a un parroco di campagna che all’idea stereotipata che generalmente si ha degli alti prelati. «Sono il quinto di otto figli, quattro maschi e quattro sorelle- puntualizza Bertone, ribattezzato “cardinale del sorriso” dallo scrittore Bruno Viani-Una bella famiglia paesana, di contadini, anche se papà Pietro, classe 1893, in realtà era maestro di musica. Era l’organista del paese. Durante la prima guerra mondiale risiedeva a Venezia e aveva frequentato il conservatorio specializzandosi nel pianoforte e nell’organo. Mentre lo zio, il fratello di papà che è vissuto fino a novant’anni, suonava il violino». La passione per la musica e il canto lo accompagna ancora oggi. «La musica è nel Dna della mia famiglia- evidenzia-.Abitavamo a Romano Canavese in piazza Fiume, una delle due piazze del paese. Quando venivo a casa dal collegio, insieme a mio fratello che suonava il clarino, facevamo sempre dei concerti in casa, nella stanza che dà sulla piazza, dove c’era il grande pianoforte a coda. Tutta la gente veniva ad ascoltarci. Ho frequentato le scuole elementari a Romano Canavese e la prima media a Strambino. Poi dalla seconda media alla quinta ginnasio ho studiato nel collegio di don Bosco a Torino». Erano gli anni della guerra partigiana. Da ragazzo andava a piedi da Romano Canavese a Strambino, scoprendo pistole, fucili e cassette di proiettili dappertutto. «Una divisione tedesca era di stanza proprio lì intorno a Ivrea, noi giovani del paese avevamo formato una piccola banda che si esercitava a sparare in una cava di pietre. Avevo un fucile a ripetizione Stein, una pistola Mauser meravigliosa e un fucile 91 al quale avevo ridotto la lunghezza trasformandolo in un’arma a canne mozze. Ricordo che aveva un rinculo tremendo. facevamo delle pazzie rischiando grosso, tanto è vero che una volta i carabinieri hanno scoperto queste esercitazioni e sono corsi a diffidare le nostre famiglie dal lasciarci continuare». 2) Anni rischiosi? 2)«Sì C’erano partigiani, tedeschi e repubblichini che si contendevano il controllo della zona. Il papà aveva già fatto la prima guerra, poi un anno e mezzo della seconda, quindi era stato mandato a casa perché la mamma aveva scritto una lettera a Mussolini: “volete le famiglie numerose e mandate in guerra mio marito, come facciamo ad andare avanti?». Anni di fame. «Papà era stato congedato perché aveva otto figli, ma gli uomini che non erano militari erano obbligati a svolgere certi servizi, così mio padre doveva custodire i pali della luce lungo la provinciale da Torino a Ivrea. Nell’ultimo periodo della guerra c’era pericolo che facessero attentati contro i tralicci. Quando poi venivano i tedeschi a rastrellare giovani e uomini, lui e mio fratello maggiore Paolo, del 1930, si nascondevano sotto il fieno per non farsi trovare», racconta il cardinale. Intanto, «noi ragazzi facevamo intrattenimento per i genitori che avevano i figli in guerra. Io cantavo quella ballata molto bella “Mamma con gli occhi in pianto ti ho lasciato”. Ci esibivamo nel salone parrocchiale per consolare le mamme che avevano i figli al fronte. C’era il canto del figlio, il canto della madre sola.”Sola, in una rustica casetta, la mamma prega con una lettera in mano. O Madonnina, tu fai che ritorni ancor il figlio mio quaggiù”». aggiunge il porporato”. E la visita del Papa al esuo paese natale?” Mai avrebbe pensato di portare un giorno nel suo paese il Papa («Neppure mamma Pierina, donna di fede, crederebbe che oggi sarà qui con noi»). Per di più, in un momento così importante per la Chiesa dopo il G8 dell’Aquila e gli impegni presi da Obama con il Papa «di diminuire gli aborti negli Stati Uniti e rispettare il diritto all’obiezione di coscienza delle singole persone e delle istituzioni». L’incontro con Obama è stato «molto fruttuoso» e il presidente Usa «si è voluto mettere in ascolto delle ragioni della Chiesa». Quella del presidente americano, aggiunge Bertone, è «veramente una bella famiglia», le figlie Malia e Sasha «sono rimaste talmente entusiaste di Roma e del Vaticano che vorrebbero trasferirsi nella città eterna». Il porporato ha avuto modo di conoscere bene la moglie Michelle e le figlie, «due ragazzine spigliatissime che intervenivano anche nei nostri colloqui». L’incontro avuto con loro in Vaticano il 10 luglio ha lasciato il segno: «Sono splendide persone». La Chiesa, assicura Bertone, sarà la «coscienza critica dei grandi della terra» affinché «i loro pubblici propositi al G8 siano messi in esecuzione».Pur con il polso ingessato, dunque, il Papa non rinuncia al suo Angelus a Romano Canavese e lancia «un messaggio forte» sul problema del lavoro, del futuro dei giovani e della difesa della famiglia. «Il Papa, pur da grande intellettuale, è molto vicino alla gente, con un messaggio incisivo, ascoltato in tutto il mondo. La sua visita, in una zona segnata dalla crisi dell’Olivetti e dal dramma della disoccupazione, avrà un forte valore di solidarietà», precisa Bertone. Il Pontefice è «molto dispiaciuto» di non poter scrivere, a causa dell’ingessatura del polso destro, e di dover perciò anche rallentare la stesura della seconda parte del suo libro «Gesù di Nazareth». Benedetto XVI «scrive creando e crea scrivendo», «aveva già pensato al progetto della seconda parte del libro su Gesù e aveva in mente l’architettura del testo», però ora dovrà «rallentare e studiare come realizzare questo progetto». Il porporato ha parlato venerdì pomeriggio con il Papa dopo l’operazione, mentre stavano svanendo gli effetti dell’anestesia. «Sentiva dolore, ma mi ha subito detto che un po’ di sofferenza non fa male - racconta Bertone-. Ciò che gli dispiaceva maggiormente era di non poter benedire con la destra e di non poter stringere tante mani. L’affetto della gente sarà comunque grandissimo».
Per Bertone è anche un ritorno alle proprie radici. Una curiosità riguarda il suo nome poco comune. «Il mio nome completo è Tarcisio Pietro Evasio - spiega il segretario di Stato Vaticano - Tarcisio era un ragazzo che visse al tempo dei primi cristiani, venne sorpreso e martirizzato mentre portava l’eucarestia ai fratelli in carcere. Per questo San Tarcisio fu poi scelto come protettore degli “aspiranti” di Azione Cattolica. E papà, dirigente dell’Ac, volle chiamarmi così». 4) Squarci di passato legati inestricabilmente a Romano Canavese durante la guerra, quindi. 4)«Noi ragazzini andavamo a portare via dai camion tedeschi lo zucchero e le tavolette di cioccolato. La campagna ci dava il necessario per mangiare, stavamo male ma c’era chi stava peggio. I miei genitori non hanno mai pagato la tessera del fascio a me o ai miei fratelli. Mamma Pierina diceva: sono madre di otto figli e non ho soldi da dare a Mussolini. Quando venivano i soldati tedeschi a portarci via galline, uova, verdura dall’orto, mia mamma si lamentava: “Come faccio a mantenere i miei figli se mi portate via tutto?” Però devo ammettere che da un certo punto di vista quei soldati erano anche rispettosi. La roba da mangiare la requisivano, ma quando mio papà suonava i pezzi di Schubert o di Beethoven, loro si mettevano tutti intorno al pianoforte a coda. E cantavano l’inno alla gioia o qualche altro brano». L’esempio della madre è stato un insegnamento fondamentale. Mamma Pierina, classe 1900, «in famiglia era la vera combattente». Era iscritta al partito Popolare di don Sturzo «e andava anche ai comizi, i primi negli anni Venti, in cui a volte si veniva un po’ alle mani. A casa c’era la resistenza a ogni forma di intruppamento. I miei genitori non hanno mai pagato la tessera del fascio a me o ai miei fratelli. Come ragazzino avrei dovuto fare il Balilla e pagare la tessera, ma mio padre non voleva. Allora mi mandavano a casa a prendere la quota richiesta e io, quando dovevo tornare senza, piangevo. Ma mia madre era irremovibile».
La chiamata alla vita consacrata si fa sentire già da bambino, tanto che il piccolo Tarcisio (non a caso appunto definito «cardinale del sorriso» dallo scrittore Bruno Viani) passa direttamente dai banchi delle scuole medie al noviziato di monte Oliveto, a Pinerolo, attratto dalla vocazione salesiana. «Mamma non disse né sì né no, ma solo “sei sicuro, davvero? Ci hai pensato bene?”», spiega il cardinale.
Il legame con Romano Canavese è rimasto saldissimo. «La nostra è sempre stata una famiglia molto unita e da quando papà e mamma non ci sono più, Tarcisio è diventato il nostro punto di riferimento», racconta Valeriano Bertone, fratello minore del Segretario di Stato vaticano. Oggi, nella casa paterna accoglierà con tutta la famiglia (una quarantina tra fratelli, nipoti e pronipoti) Benedetto XVI in visita privata nella terra che ha dato i natali al cardinale Bertone. Un’emozione che si fa più forte quando ricorda le feste fatte in casa per gli onomastici di padre, madre e fratello, il 29 giugno. «Papà si chiamava Pietro, mamma Pierina, il fratello più grande Paolo, quindi il giorno di San Pietro e Paolo - spiega Valeriano - era una grande festa. Papà che era un organista molto bravo, anche se autodidatta, suonava, venivano i cantori e si stava tutti insieme. Non è la prima volta che abbiamo l’opportunità di vedere il Pontefice: quando mio fratello fu nominato segretario di Stato il Papa ci ricevette tutti a Castel Gandolfo». Ma certo, aggiunge, «è sempre un’emozione profonda, anche se c’è il dispiacere che non possano più assistervi papà, che era religiosissimo e che avrebbe apprezzato in modo profondo la visita del Santo Padre, la mamma e i nostri quattro fratelli che non ci sono più. Ci mancherà anche Paolo, il più grande di noi, che purtroppo non sta bene e da tre mesi è in ospedale».5) Come è andata?5)”Il Papa è arrivato a Romano dalla Valle d’Aosta in elicottero, poi dopo un breve saluto nella chiesa parrocchiale a bambini e malati che erano lì ad attenderlo, ha recitato  l’Angelus e quindi a piedi ha raggiunto la casa paterna del cardinale. Altri ricordi: «È stato circa 60 anni fa: eravamo piccoli, stavamo scaricando il fieno e Tarcisio, che era in collegio a Valdocco, di ritorno da un periodo di riflessione a Monte Oliveto, sulla collina pinerolese dove c’è un noviziato salesiano - rievoca Valeriano - mi annunciò l’intenzione di farsi prete, diventare salesiano. Allora mi misi a ridere e solo più tardi capii che lui faceva sul serio».La vocazione alla vita consacrata, conferma il cardinale Bertone, «è nata quando ero in collegio a Valdocco, dai salesiani. Avevo quattordici anni e pensavo di intraprendere gli studi liceali. Sembrava una strada tracciata. Compiuti gli studi di quinta ginnasio, sarei andato al liceo e poi mi sarei specializzato in lingue moderne». Invece, un salesiano, don Alessandro Ghisolfi gli disse: «Ti piacerebbe fare come questi salesiani che si dedicano ai giovani? Non ti sei trovato bene qui?». Sì, rispose il futuro «numero due» della Chiesa mondiale, «mi sono trovato bene». Da lì l’invito a un incontro vocazionale di tre giorni «per vedere se ti piacerà». Ricorda il cardinale: «Andai a quell’incontro, con una quarantina di ragazzi che erano stati adocchiati come possibili aspiranti al seminario. Si parlò della vocazione sacerdotale, di don Bosco e la proposta mi piacque. Tornai a casa e annunciai ai miei genitori: allora io vado al noviziato dei salesiani. Era la sera del 3 maggio 1949, all’indomani dello schianto del grande Torino sulla collina di Superga». I genitori risposero di non voler influenzare in un senso o nell’altro «una decisione da meditare». «Se il Signore vuole che tu prenda questa strada, vai». Quindi, diede l’addio a casa, ai suoi compagni: «Tutti a piangere, ma la scelta ormai era fatta. Iniziai il 16 agosto 1949. Ma dopo alcuni mesi, quando seppi che dovevo prolungare il noviziato fino al compimento dei sedici anni, non ero più tanto sicuro. Mi sembrava un ambiente troppo opprimente. Scrissi a casa che me ne volevo andare, ma non venivano a prendermi, allora telefonai». Mamma Pierina rispose senza esitazioni: «Cosa dici, che non ti piace più? Vuoi che ti veniamo a prendere? Sei stato tu a voler entrare in noviziato e adesso ci stai fino alla fine, poi una volta concluso l’anno deciderai se fermarti o meno, ma non è giusto che lasci a metà del cammino». Così il futuro segretario di Stato rimase. «Oggi posso dire che fu una scelta giusta», sorride il cardinale Bertone”.

Bruno Volpe


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