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INTERVISTA A GIACOMO GALEAZZI, VATICANISTA DE “LA STAMPA”, SULLA CHIESA E LA POLITICA1)Quale fase stiamo vivendo del rapporto tra Chiesa e politica? 1) Prima i bonus promessi dal ministro Gelmini alla scuola cattolica; poi l’accelerazione all’approvazione del ddl anti-eutanasia annunciata dal titolare del Welfare, Sacconi; ora i paletti all’uso della Ru486 imposti dal sottosegretario Roccella. Due giorni fa «Avvenire» ha puntato l’indice contro chi nel governo «poteva impegnarsi per fermare la pillola abortiva e non l’ha fatto», proprio mentre da settimane l’esecutivo tenta di recuperare nei Sacri Palazzi il consenso incrinato dagli scandali scoppiati attorno al premier Berlusconi. Il nodo della Ru486, perciò, diventa un «decisivo banco di prova», come dimostra l’attivismo dei «pontieri» impegnati a ricucire tra le due sponde del Tevere. «Messaggi rasserenanti», come alla vigilia del decreto salva-Eluana varato dal governo per impedire l’«esecuzione capitale» della Englaro, che puntano a ridimensionare le prese ...

... di posizione pro-Ru486 dell’ala più laica del Pdl, prospettando il divieto alla commercializzazione attraverso un provvedimento «ad hoc». Del resto l’onda d’urto dell’offensiva ecclesiale è impressionante: toni da crociata, minacce di scomunica, moniti ai medici e richiami ai cattolici impegnati in politica. A tessere la tela della riappacificazione e a fornire rassicurazioni Oltretevere sulle intenzioni del governo di bloccare la Ru486 sono i consueti canali politici e diplomatici che fanno capo al braccio destro del presidente del consiglio, Gianni Letta. A far capire come la Chiesa confidi nell’intervento dell’esecutivo è il vescovo ciellino Luigi Negri, presidente della fondazione per la famiglia «Giovanni Paolo II» che non nasconde il «terreno di confronto» tra la spinosa questione della pillola abortiva e gli attacchi a Berlusconi sulle escort. «La Ru486 rivela la moralità teorizzata e praticata da quanti, in questi ultimi mesi, ci hanno riempito di chiacchiere sulla rilevanza pubblica di certi comportamenti privati- osserva Negri-.Secondo la più autentica tradizione della Chiesa, mille incoerenze etiche non distruggono né il benessere, né la libertà del popolo, invece un attacco violento contro la sacralità della vita, questo sì è un evento che devasta la nostra vita sociale». Anche un navigatore di lungo corso delle insidiose acque tra Chiesa e politica come Francesco Cossiga ipotizza un decreto legge per integrare la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza o per darne una interpretazione che revochi «de iure» l’autorizzazione dell’Aifa alla pillola abortiva. Ad eccezione del ministro dell’Ambiente, Prestigiacomo al momento nessuna voce si è levata nel centrodestra contro il prospettato decreto anti-Ru486. Conciliante è apparso anche Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl<WC> e capofila dei laici della maggioranza, nel definire «del tutto legittima l’obiezione di fondo della Chiesa». 2) E se non si arrivasse al decreto?2)”L’altra strada prospettata nei Sacri Palazzi, qualora non si riuscisse a imboccare la via del decreto legge, è quella (sostenuta soprattutto dalla Lega) della discussione e del voto in Parlamento di una mozione sulla pillola abortiva. Intanto la Chiesa è di nuovo in trincea, di nuovo «a difendere la vita umana», contro un ennesimo attacco che stavolta ha la forma di una pasticca, capace di mettere fine ad una gravidanza indesiderata. Dopo la decisione dell’Agenzia per il farmaco di dare il via libera in Italia alla pillola R486, le alte gerarchie vaticane ascoltano le riservate garanzie che arrivano dall’altra del Tevere, nel frattempo però intensificano la loro protesta, sapendo di avere davanti una campagna «difficile» e «faticosa»”.3) E dal punto di vista teorico? 3)«Se parlo faccio della politica, se taccio tradisco la Chiesa, o piuttosto Cristo, perchè la Chiesa è da tempo che la si accusa d’aver rinnegato il Vangelo». Sono le parole di un vescovo, scritte sul proprio diario e riportate dall’Agi, nel quale il presule - che rimane anonimo - immagina l’obiezione che gli verrà mossa se alzerà la voce per difendere la verità e la giustizia, e dunque i più deboli: «perchè un vescovo che non sa niente di tali problemi deve permettersi di trinciare giudizi così alla buona in un campo che non lo riguarda?». E se le sua parole saranno solo generali gli si rimprovererà dall’altra fazione: «i grandi principi sta bene, ma era una presa di posizione che volevamo». E dunque il pastore di una Chiesa locale alla fine si trova, scrive lui stesso, «preso come capro espiatorio dalle due parti». Ma alla fine prevale la linea del coraggio perchè, spiega, «pluralismo sì, ma non questo bizantinismo decadente verso cui stanno avviandosi tutti i cattolici se perseveranno nel loro settarismo senza intelligenza e nelle loro dispute senza amore». Sebbene datate 22 ottobre di un anno che non sappiamo, sono parole attualissime quelle di questo presule anonimo, pubblicate da padre Leonardo Sapienza nella sua ricca «Antologia di scritti sul sacerdote», intitolata «Se fossi tu?». Il vescovo, infatti, confida di voler far convivere nella sua azione pastorale «leone ed agnello. Leone per difendere, rivendicare, combattere; agnello per patire, accettare, testimoniare». E di considerarsi chiamato «non soltanto a reggere e santificare, ma anche a rendere inquieti»”. 4)A cosa si riferisce? 4) “A preoccuparlo è anche la difficoltà di aggiornare il proprio ruolo senza tradire il messaggio evangelico. «Ancora - scrive il 9 marzo - il conflitto conservatorismo-adattamento. Proprio ora, tornando dalla Cattedrale, guardavo Marcello mentre riponeva nel suo astuccio la mitria e smontava il pastorale dividendolo accuratamente nei cinque tronconi in cui si compone e rimettendolo nello scrigno: operazione che compiva maestosamente e che mi è sembrata di un tratto ridicola, penosa, quasi atroce. Ho sentito bruscamente il fossato che separa la nostra epoca industriale dalla civiltà essenzialmente agraria e pastorale in cui sono immersi l’Antico e il Nuovo Testamento: gli uomini di oggi non sanno più affatto che sia un gregge e che cosa raffiguri davvero un pastore». «Il protocollo esige il titolo di Eccellenza, per metterci all’altezza dei rappresentanti di Stato. È nel tempo stesso troppo e non abbastanza. La nostra missione è di ben altro ordine, ma gli uomini non lo comprendono; per essi il vescovo non è che un alto funzionario, il dignitario locale d’un’Amministrazione internazionale che ha la sua sede centrale in Vaticano”.5) Cioè?5)“Si apre così »Propositi e confidenze di un vescovo«, uno dei capitoli più avvincenti del bel volume di padre Sapienza, religioso rogazionista da anni in Vaticano con importanti responsabilità, uscito in occasione dell’Anno Sacerdotale. »Quando la mia auto si trova mescolata ad altre davanti ad un segnale rosso - racconta l’anonimo presule - vedo curiosità rispettosa in alcuni, sguardi insistenti ma senza indulgenza in altri. Automaticamente mi trovo accaparrato, classificato in un campo dall’opinione. Segno di una parola d’ordine o di contraddizione. Ma chi percepisce il ’misterò del vescovo nella sua essenza e nella sua missione?«. Interrogativi che ben si applicano anche al ruolo del sacerdote (»il prete è un uomo mangiato«, scrive Sapienza nella sua introduzione, citando Chevrier) e forse, anche alla condizione del cristiano nel mondo di oggi”.6)Quali sono le parti più significative? 6)Tra le pagine più toccanti un testo di mons. Oscar Romero, l’arcivescovo di El Salvador assassinato il 24 marzo 1980 dagli squadroni della morte, che del suo ministero scrisse »questo è quello che facciamo: piantiamo semi che un giorno cresceranno, sapendo che essi conservano una promessa per il futuro«. E nll’antologia sul sacerdozio non manca un forte senso autocritico nelle parole invece di don Primo Mazzolari, applicabilissime allo scandalo dei preti pedofili: »che contrasto, quando la nostra vita spegne la vita delle anime! Preti che sono soffocatori di vita! Invece di accendere l’eternità spegnamo la vita«. Nè una descrizione salace di Giuseppe Gioacchino Belli che ne »Le cappelle papale« descrive »li cardinali arriccorti cor barbozzo inchiodato sur breviario com’ettanti cadaveri de morti. E nun ve danno più sseggno de vita sin che je s’accosta er caudatario a ddijje: Eminentissimo è ffinita«. Testi entrambi molto »ratzingeriani« come è facile constatare leggendo la »Lettera del Santo Padre Benedetto XVI per l’indizione dell’Anno Sacerdotale in occasione del 150esimo anniversario del dies natalis di Giovanni Maria Vianney«, che apre la raccolta”. 7) Quali messaggi possono ricavarsi? 7) “Il volume ha anche un capitolo intitolato »I preti sanno morire«, in cui è ricordato il dramma dei tanti ancora oggi »uccisi in odio alla fede o ammazzati per soldi, vittime della violenza religiosa o etnica, o perchè dalla parte dei poveri«. »Dalle periferie disperate del Terzo Mondo ai santuari del benessere americani e europei ovunque - rileva padre Sapienza - si può morire per amore di Dio e dei fratelli«. Ma nonostante tutto quel che colpisce di più nelle 500 pagine del libro è la riproduzione anastatica di una breve frase vergata di suo pugno da Giovanni Paolo II: questo è un tempo meraviglioso per essere prete».

Bruno Volpe


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