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A Roma il 30 Settembre presentazione del libro "Gli Arcangeli" Stampa E-mail


Pontifex.RomaVenerdì 30 settembre alle ore 17,30 a Roma alla libreria internazionale Paolo VI in via di Propaganda n. 4 nei pressi di Piazza di Spagna,  Nerea de Giovanni, presidente dei critici letterari europei, presenta il libro di don Marcello Stanzione “ Gli arcangeli” edito dalla Sugarco di Milano.  Fra le diverse figure angeliche i tre Arcangeli: Michele, Gabriele e Raffaele, han dato luogo a tipiche figure con caratteristiche proprie e ciascuno dei questi personaggi potrebbe richiedere uno studio a parte. L’Arcangelo Michele, secondo la liturgia, è il vittorioso guerriero del cielo e tale si sono sforzati di ritrarlo i pittori. Già nel VI secolo egli indossa la clamide militare invece della bianca tunica. Verso la fine del periodo romanico la clamide si trasforma in corazza con scudo e lancia per combattere il drago e talora nel combattimento è seguito da uno stuolo di angeli, come nell’affresco di Cimabue in S. Croce. Quest’Arcangelo non manca mai nelle scene del “Giudizio ...

... Universale”; di solito ha come attributi la bilancia e la spada e la sua missione è di eseguire gli ordini della Divina Giustizia. Nell’Arena di Padova, Giotto, nel suo affresco del “Giudizio”, non fa combattere Michele con le anime ribelli, ma lo mette a guida dei suoi Arcangeli.

Qui è l’unico esempio del divino condottiero col capo coperto. Nel Quattrocento, Jacobello del Fiore arricchisce la corazza di placche dorate e dà a Michele quale attributo la bilancia della giustizia.

Il Giambono gli mette vesti sacerdotali, il globo nella destra e sul capo un ricco diadema sormontato dalla croce. Fra Carnevale lo ritrae con la testa mozza del drago nella sinistra e la spada nella destra; Domenico Ghirlandaio invece fa dell’Arcangelo un elegante cavaliere dalle forme aristocratiche, in forbita armatura. In tutte queste rappresentazioni non mancano all’Arcangelo il nimbo e le ali serafiche che lo denotano una potenza spirituale.

Riguardo poi l’Arcangelo Gabriele lo abbiamo già visto fin  dal II secolo nella pittura delle Catacombe e numerose son le “Annunciazione” da me descritte nei capitoli precedenti; ciò nonostante aggiungerò ancora qualche particolare evangelico dell’Annunciazione è stato tanto ripetutamente tradotto dai pittori da costituire il loro tema preferito. Alle origini la scena è semplice e non c’è Maria e l’Arcangelo; più tardi in S. Maria Maggiore gli angeli aumentano e Gabriele appare dall’alto. Poi il tema riprende la sua semplicità e c’è che separa l’angelo dalla Vergine, mettendoli in differenti riquadri.

Il Trecento senese mette eleganti incorniciature gotiche; l’Angelico introduce il paesaggio e lo sfondo architettonico e tale innovazione si mantiene per tutto il Quattrocento. In questo periodo talvolta altri personaggi partecipano alla scena: Antoniazzo Romano aggiunge tre fanciulle, alle quali la Vergine è intenta ad offrire la dote, in luogo di ascoltare le parole dell’Arcangelo. Filippino Lippi v’introduce dei Santi; Benedetto Bonfigli mette al centro della rappresentazione l’Evangelista S. Luca.

Il Perugino richiama alquanto lo schema di S. Maria maggiore e dispone quattro angeli : due ai lati di Gabriele che piega il ginocchio dinanzi a Maria e due alle spalle della Vergine. Quasi sempre l’Arcangelo accompagna le parole col gesto; in tal caso la sinistra stringe lo scettro o il rotolo recante l’annunzio divino; Siena usa qualche volta il ramo d’olivo; il Rinascimento, amante dei fiori, preferisce il giglio nella mano dell’Arcangelo.

In alcune Annunciazione il gesto varia: l’Angelo lasciando il giglio, che è posto accanto alla Vergine in un vaso, incrocia le mani sul petto. L’Arcangelo assume anche posizioni differenti: nelle Catacombe egli è ritto dinanzi alla Vergine; nei secoli successivi spesso appare sollevato da terra e questo gesto si ritrova ancora in Lorenzo Monaco. Nel Trecento, Gabriele piega il ginocchio dinanzi alla Vergine attonita, pur serbando una certa maestosa dignità.

Il Quattrocento lo ritrae anche inchinato graziosamente in dolci sembianze femminili, pronunciando il suo “AVE”, oppure in frettoloso atteggiamento come di messo a cui tarda il ritorno alla celeste dimora. Le sue vestimenta oltre quelle già descritte, nel Quattrocento consistono in leggeri veli formanti eleganti drappeggi e certo più adatti allo spirito del mistero che non le ricche vesti di alcuni nostri quattrocentisti. Riguardo poi la raffigurazione dell’Arcangelo Raffaele, anche quest’Arcangelo trova le sue origini nelle Catacombe; in seguito raramente la pittura ce lo mostra isolato, e solo nel Quattrocento lo ritrovo, secondo il testo biblico, al fianco di Tobia.

Il Pollaiolo ne fa un elegante pellegrino con grandi ali spiegate e sandali; il Perugino invece mantiene la lunga tunica col manto; i piedi son nudi e le ali si abbassano incorniciando la figura. Nelle mani reca sempre la teca dell’unguento miracoloso.

Maraffa Anna Maria



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