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L’odierno Vangelo di Luca (Lc 13, 1 – 9) abbraccia due parti distinte ma vitalmente collegate. Nella prima parte (vv. 1 – 5) Gesù si riferisce a due fatti incresciosi accaduti in quel tempo: uno provocato dalla cattiveria di Pilato, che aveva “fatto scorrere il sangue di alcuni Galilei insieme a quello dei loro sacrifici”; l’altro derivante da una catastrofe, che fece “crollare la torre di Siloe su 18 persone e le uccise”. Ne segue la illuminante riflessione di Gesù per scoprirne il significato. Non si tratta di un’azione né di una punizione divine, neanche può essere collegata ai peccati, come se quei disgraziati fossero più peccatori degli altri. Invece i due fatti costituiscono un pressante invito che deve toccare il cuore dell’uomo e fargli ricuperare i valori fondamentali dell’esistenza e della fede; occorre cioè la conversione, il pentimento e il ritorno a Dio per evitare lo stesso drammatico destino. D’avanti a tante sciagure ...
... umane e cosmiche, a cui assistiamo attoniti, ciò che deve emergere non è solo un sentimento di compassione né tanto meno di accusa a Dio, ma, molto più profondamente, sono eventi che scuotono l’animo per ritrovare con coraggio e concretezza la strada di Dio e seguire i suoi insegnamenti, che conducono alla vita vera e fruttuosa sulla terra e nell’eternità. Altrimenti facciamo tutti una misera fine. Volere infatti instaurare una società e una umanità senza Dio significa cadere nell’abisso dello sfacelo e della distruzione. Solo il Signore, Gesù Salvatore, offre la luce, la grazia, l’amore per far rinascere l’uomo alla sua dignità di Figlio di Dio e alla sua felicità imperitura. La seconda parte (vv. 6 – 9) racconta la parabola del fico sterile, il quale può avere due risvolti: lo sradicamento e il suo annientamento oppure l’aumento del concime con la conseguente rivitalizzazione. Non basta la sola pazienza del contadino né solo il concime, ma occorre anche la vitalità della pianta per produrre frutta. Il senso parabolico è chiaro: il cuore umano inaridito e infruttuoso è destinato alla morte; se invece si lascia irrorare dall’amore di Dio e dalla sua grazia, può ravvivare e rendere la propria vita feconda di bene. La finale delle due parti è unica e sostanziale: “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Don Renzo Lavatori
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