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Adolescenza e corporeità: cutter, automutilazione, autolesionismo Stampa E-mail
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Adolescenza e corporeità: cutter, automutilazione, autolesionismoLa relazione tra corporeità e adolescenza sembra essere stata una caratteristica cosiale e storica dell’ultimo decennio. Il corpo, per il bambino e l’adolescente, è fondamentale, primitiva, primaria esperienza di Sé. La Body Art (movimento artistico nato sul finire degli anni Sessanta) ha sempre suscitato un forte interesse. Per questi artisti, il corpo diveniva “carne”, un “oggetto d’arte” da mostrare, da manipolare, una superficie da significare, da ferire, da trafiggere, da oltraggiare. I tagli e le bruciature episodiche sono i comportamenti di automutilazione più diffusi in assoluto e sono spesso sintomo ausiliario di un gran numero di disturbi mentali, come i disturbi della personalità borderline, i disturbi da stress post-traumatici, i disturbi dissociativi, i disordini alimentari. Quando tali comportamenti diventano un pensiero opprimente e si ripetono di continuo, cominciano ad assumere vita...

... propria e divengono quello che Pattison ha definito “sindrome ripetitiva di automutilazione”. Quello che colpisce è che, quando iniziano a praticarsi i tagli sul loro corpo, le cutters non sentono alcun dolore. Le prime lesioni “sperimentali” sono, per lo più, piccole e impercettibili e sono nel tempo diverranno coattive e ritualizzate e verranno ripetute in modo sempre più impavido e grave. Come annota Louise Kaplan: “per una ragazza, lo sgocciolamento del sangue tiepido, vederlo colare dall’apertura nella pelle, era come una voce tranquillizzante che le dicesse: «Adesso è tutto finito, piccola mia. Non preoccuparti, cara, andrà tutto bene». Una ragazza riferiva: “Mi davo i morsi da sola, mi pungevo con l’ago e con le forbicine, mi tagliavo i pezzettini di carne sulle cosce, mi facevo i lividi da sola.

Quando vedevo il mio sangue uscire fuori, solo allora vedevo tutta la cattiveria che era dentro di me, andare via”. E un’altra adolescente: “Segnare indelebilmente il corpo era per me l’unico modo per affermare la mia individualità. Solo quando mi taglio rendo il mio corpo visibile, solo quando incido la mia pelle, il mio corpo inizia a pulsare. Il dolore che provo è il solo tramite che ho per allargare la mia conoscenza”. Solo dopo aver lacerato i tessuti e visto il loro corpo finalmente sconfitto e domato, queste pazienti si sentono appagate. Solo allora si sentono calme, rilassate, rinate e spesso, dopo aver compiuto il loro rituale, ci dicono che cadono in una specie di sonno ristoratore.

La fantasia più frequente che allegano è che, dopo l’atto autolesivo, sentono di essere passate da una posizione d’incapacità passiva al controllo di un corpo che sentono come persecutore e come nemico. Un’altra adolescente, con agghiacciante lucidità, ci riferì: “Ricordate il mito di Tieste? Ebbe da sua cognata Melope tre figli? Ricordate cosa fece suo fratello Atreo? Lo scacciò prima dal regno ma poi, facendo finta di volersi riconciliare con lui, lo invitò a un banchetto e a tavola gli imbandì le carni dei figli che Tieste aveva avuto con Melope? Ricordate la storia del conte Ugolino?

Io non divoro la carne dei miei figli, quella degli altri, ma la mia”. Anche se la mutilazione spesse viene vissuta da questi soggetti come un gesto colpevole, segreto e solitario, molte di esse ci hanno raccontato che sono molto prudenti e attente e che nascondono con cura le loro cicatrici. Alcune, invece, sono fiere e orgogliose di mostrarle e affinché tutti le notino, altre, ancora, le lasciano, con noncuranza, in vista.

di Don Marcello Stanzione


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