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Quando è arrivata la triste notizia della morte d’Eluana Englaro, più di una voce ha suggerito che la risposta dovuta era il silenzio e la preghiera. Sono d’accordo che la prima risposta è la preghiera, anche forse un breve silenzio per discernere quale sono le azioni che dinanzi ad una tragedia di questa portata vuole il Signore che intraprendiamo. Prendendo fondamento sulla preghiera, la meditazione e lo studio accurato di questa tragica vicenda, ci dobbiamo impegnare nell’azione, perché “è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio.” Guidati e consigliati dai sacerdoti che devono “applicare la perenne verità del Vangelo alle circostanze concrete della vita.” Come ci ricordava recentemente il Cardinale Scola, “di fronte ai drammi anche pubblici della vita si giunge a domandare un silenzio che rischia di svuotare il senso dell'appartenenza a ...
... Cristo e alla Chiesa agli occhi degli altri.” Il silenzio in questo caso è gravemente erroneo come insegna il Profeta Ezechiele nella sua ammonizione alla Sentinella della Casa d’Israele. Passano i secoli e il Magistero contemporaneo ripete con lo stesso fuoco profetico questo ammonimento nell’enciclica Evangelium Vitae. L’azione nella è la chiamata che il Signore ci ha dato a noi che siamo combattenti nel mondo, anche senza essere veramente parte di questa Città dell’Uomo, perché la nostra vera patria non si trova qui, ma nella Città di Dio. Non di meno dobbiamo ricordare che è il nostro dovere, cominciare a costruire nel “al di qua”, la città che durerà per sempre nell’aldilà. La Città della quale noi siamo cittadini in potenza, e che diventeremo membri in attualità con il nostro servizio fedele alla missione che Cristo ci ha dato nel mondo. Credo che è evidente che se ogni fedele, dal Papa all'ultimo dei battezzati, non mettesse in comune le risposte che ha ricevuto di Dio e dalla Chiesa alle domande che quotidianamente agitano il cuore dell'uomo, vale a dire se non testimoniasse attivamente e con un impegno d’ogni giorno le implicazioni pratiche della propria fede, non farebbe il suo proprio dovere. Quando abbiamo lottato per salvare la vita d’Eluana Englaro, non soltanto ci siamo impegnati a salvare la vita a questa donna ma anche per impedire che l’eutanasia entrasse in Italia, che è il vero obiettivo di tanti che hanno tifato per ottenere la sua morte. Come poneva l’accento il Cardinale Lozano Barragán “Togliere l’acqua e il cibo ad un essere vivente, perché tale l’era Eluana, non è come rifiutare l’accanimento terapeutico. Cibo ed acqua fanno parte del bagaglio indispensabile alla vita umana e dunque eliminarle equivale a decretare la morte fisica di una persona. Quindi qui pacificamente si è trattato di un caso d’eutanasia.” Il Cardinale anche ci ricordava che “in Italia esistono almeno 2500 casi simili al suo,” per questo lui aggiungeva, che dobbiamo evitare che accadano “altre eutanasie, insomma facciamo in modo che questa triste esperienza, che ha violato il comandamento del non uccidere, non si ripeta mai più” Sonno passati trenta giorni dall’uccisione d’Eluana e il nostro dovere verso la sua memoria è di impegnarci a fermare l’introduzione di questa istituzione barbara e crudele nel sistema legislativo di questo paese che è la culla del diritto. Come affermava il Segretario della Cei, mons. Mariano Crociata, “Qui due cose sono in gioco: in primo luogo, la vita di una persona, ma insieme, è in gioco, l’ingresso nel nostro ordinamento e nel sistema sanitario e sociale della possibilità di porre termine alla vita di una persona privandola di cibo e d’acqua.” Quelli che difendono l’eutanasia hanno diverse radici ideologiche. Si posso analizzare diverse correnti del pensiero, da una posizione libertaria senza freni ad un utilitarismo esasperato. Possiamo sospettare che molti che presentano la posizione libertaria come giustificazione della loro promozione dell’eutanasia lo fanno anche per motivazioni utilitarie. Per diminuire i costi finanziari a carico del Servizio Nazionale Sanitario di curare tante persone in fine di vita, o anziani che non sono gia più in grado d’auto gestirsi o di handicappati. Nella Gran Bretagna una nota scrittrice, la sig.ra Mary Warnock sostiene al di dentro di questa logica perversa, che una persona che soffre demenza senile ha il dovere di morire. Sottolinea che una persona in queste condizioni sta sprecando la vita dei suoi famigliari e le risorse del sistema nazionale di salute. Parlando di un caso recente di una coppia inglese che muore con suicidio assistito in una clinica in Svizzera, Phyllis Bowman la direttrice di Right to Life, denuncia come i gruppi che promuovono l’eutanasia sfruttano e incoraggiano la disperazione invece di promuovere la speranza. Non bisogna avere una visione religiosa della vita per capire che non siamo proprietari della vita. Per questo sono fuorvianti dichiarazioni come quella fatta da Angelo Panebianco, che dice, “la sacralità della vita è un concetto privo di senso per qui non crede in Dio.” Invece possiamo affermare che qualsiasi persona di buona volontà, meditando sulla vita umana può capire che è un bene indisponibile. Il principio di non uccidere l’innocente è un’affermazione normativa che si trova ovunque nella coscienza morale dell’umanità. Come conseguenza possiamo fare due affermazioni di base, che negano in forma totale l’eutanasia. In primo luogo nessuno può arrogarsi il diritto disporre la morte di un altro essere umano innocente, quando considera che la vita di una determinata persona non ha più senso, perché considera che la qualità della sua vita sia tanto bassa che non ha più valore di essere vissuta. In secondo luogo nessuno ha diritto di decidere sulla propria vita e come conseguenza disporre la propria morte. Ambedue postulati possono essere dimostrati dal punto di vista dal diritto naturale. Come conseguenza quando difendiamo l’indisponibilità della vita, non stiamo imponendo valori religiosi, ma proteggendo valori umani fondamentali. Dobbiamo approfondire queste due affermazioni. Né la società politicamente organizzata, né nessun individuo singolo hanno il diritto di togliere la vita ad una persona innocente perché considerano che la sua esistenza non ha più senso e come conseguenza questa persona ha perso il diritto alla vita, che è il più fondamentale dei diritti della persona umana. Per questo Giovanni Paolo II dichiarava con toni particolarmente solenni nell’Enciclica Evangelium Vitae, “Pertanto, con l'autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi della Chiesa cattolica, confermo che l'uccisione diretta e volontaria di un essere umano innocente è sempre gravemente immorale. Tale dottrina, fondata in quella legge non scritta che ogni uomo, alla luce della ragione, trova nel proprio cuore (cf. Rm 2, 14-15), è riaffermata dalla Sacra Scrittura, trasmessa dalla Tradizione della Chiesa e insegnata dal Magistero ordinario e universale. La scelta deliberata di privare un essere umano innocente della sua vita è sempre cattiva dal punto di vista morale e non può mai essere lecita né come fine, né come mezzo per un fine buono. È, infatti, grave disobbedienza alla legge morale, anzi a Dio stesso, autore e garante di essa; contraddice le fondamentali virtù della giustizia e della carità. «Niente e nessuno può autorizzare l'uccisione di un essere umano innocente, feto o embrione che sia, bambino o adulto, vecchio, ammalato incurabile o agonizzante. Nessuno, inoltre, può richiedere questo gesto omicida per se stesso o per un altro affidato alla sua responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente. Nessuna autorità può legittimamente imporlo né permetterlo».” Quest’affermazione implica che il Santo Padre ha fatto in questo caso una dichiarazione che si deve considerare parte integrante del magistero ordinario infallibile in materia di fede e morale. Allo stesso tempo possiamo capire come spiegava con chiarezza il Cardinale Ratzinger, che, “Con questo pronunciamento il Papa non afferma niente di nuovo; egli conferma ciò che Scrittura, Tradizione e Magistero dicono e ciò che la ragione può vedere, perché è scritto nel cuore d’ogni uomo.”. Come insegnava Giovanni Paolo II nella enciclica Veritas Splendor, l'eutanasia e lo stesso suicidio volontario, “Sono gli atti che, nella tradizione morale della Chiesa, sono stati denominati «intrinsecamente cattivi» (intrinsece malum): lo sono sempre e per sé, ossia per il loro stesso oggetto, indipendentemente dalle ulteriori intenzioni di chi agisce e dalle circostanze. Per questo, senza minimamente negare l'influsso che sulla moralità hanno le circostanze e soprattutto le intenzioni, la Chiesa insegna che esistono atti che, per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze, sono sempre gravemente illeciti, in ragione del loro oggetto.” Giovanni Paolo II dopo che, “Si raggiunge poi il colmo dell'arbitrio e dell'ingiustizia quando alcuni, medici o legislatori, si arrogano il potere di decidere chi debba vivere e chi debba morire.” Tanto la legge naturale come il costante magistero della Chiesa hanno insegnato che il suicidio e l’assistenza al suicidio sono gravemente immorali. San Tommaso dimostra come il suicidio è antinaturale perchè va contro la tendenza naturale d’auto conservazione. Fa un torto alla società perché viene privata del nostro contributo. Costituisce un’offesa a Dio che è il vero proprietario della nostra vita. Al di dentro di una visione basata sul diritto naturale e da una punto di vista cristiano della società possiamo capire come tutte le persone anche le più handicappate danno un contributo alla società. L’Angelico anche spiegava come il suicidio può rispondere ad un amore disordinato al proprio corpo, del quale una persona vuole liberare dalle angustie della vita presente. Questa visione disordinata può essere la causa della determinazione d’alcune persone di rifiutare cure mediche ordinarie o proporzionate o di disporre la sospensione dell’alimentazione e idratazione. Sant’Agostino fa una riflessione che è perfettamente applicabile ai nostri tempi, spiegando come, “Non è mai lecito uccidere un altro: anche se lui lo volesse, anzi se lo chiedesse perché, sospeso tra la vita e la morte, supplica di essere aiutato a liberare l'anima che lotta contro i legami del corpo e desidera distaccarsene; non è lecito neppure, quando il malato non fosse più in grado di vivere.” La decisione della Corte di Cassazione che porta all’uccisone d’Eluana ha diversi aspetti particolarmente aberranti e insidiosi contro una visione della vita basata sul diritto naturale e sulla tradizione cristiana. Essa avalla l’opinione secondo la quale la sospensione dell’alimentazione sarebbe giustificata dal fatto che, in quanto preda di un così chiamato stato vegetativo persistente, Eluana avrebbe perso la propria dignità. Nessuna malattia, nemmeno la più grave, può erodere la dignità dell’uomo, o incrinare il suo diritto alla vita. Il Cardinale Caffarra pone l’accento come “É stato messo in essere il primo tentativo di delegittimare nella coscienza del nostro popolo la pietas e l'operosità della carità cristiana, di offuscarne la splendente bellezza. Se infatti si afferma il principio che esistono uomini e donne la cui «qualità di vita» rende la loro esistenza indegna di essere vissuta, che senso ha stare loro vicini con l'amore che se ne prende cura, con la tenerezza che condivide la loro umanità devastata? Ci sono dei gesti che hanno una portata simbolica che va molto oltre a chi li compie, ed il cui significato obiettivo si insedia dentro al vissuto umano, devastandolo.” Dopo l’uccisione d’Eluana Englaro si è visto che le norme legali esistenti nel diritto Italiano che dovrebbero aver protetto la vita di questa donna non sono state in grado di salvarle la vita. Per questo è necessario che si legiferi per proteggere il diritto alla vita delle persone che si trovano in fin di vita. Il principio di base che dobbiamo difendere è che la vita umana è un valore non negoziabile dunque non possiamo accettare una legislazione che preveda l’eutanasia in qualsiasi forma. Se è sostenuto che il principio che nessuno può essere sottoposto a trattamenti contrari alla sua volontà è di base Costituzionale. Dinanzi a quest’argomentazione dobbiamo spiegare che l’alimentazione e l’idratazione non sono forme di cura e come conseguenza sono sempre dovute. Dobbiamo anche insistere che nessuno può moralmente rifiutare cure mediche ordinarie o proporzionate. Dobbiamo fare presente che il termine “stato vegetativo” può essere considerato una forma tipica di manipolazione del linguaggio che è sempre esistita nella storia. Basta a questo riguardo ricordare le metodologie dialettiche dei sofisti greci. In tempi recenti possiamo ricordare la denuncia di quest’uso manipolativo del linguaggio da parte di Giovanni Paolo II che ricordava come il termine "stato vegetativo" serve a creare dubbi se una persona in questo stato è realmente un essere umano. Lui ribadiva come, “non manca chi giunge a mettere in dubbio il permanere della sua stessa "qualità umana", quasi come se l'aggettivo "vegetale" (il cui uso è ormai consolidato), simbolicamente descrittivo di uno stato clinico, potesse o dovesse essere invece riferito al malato in quanto tale, degradandone di fatto il valore e la dignità personale. In questo senso, va rilevato come il termine in parola, pur confinato nell'ambito clinico, non sia certamente il più felice in riferimento a soggetti umani. In opposizione a simili tendenze di pensiero, sento il dovere di riaffermare con vigore che il valore intrinseco e la personale dignità d’ogni essere umano non mutano, qualunque siano le circostanze concrete della sua vita. Un uomo, anche se gravemente malato od impedito nell'esercizio delle sue funzioni più alte, è e sarà sempre un uomo, mai diventerà un "vegetale" o un "animale".” La Chiesa ha dimostrato con chiarezza che l’alimentazione e l’idratazione somministrate ad un malato che non sia in condizioni di alimentarsi per se stesso, non sono forme di cura come si può vedere nella Dichiarazione sull’eutanasia pubblicata della Congregazione della Dottrina della Fede in maggio de 1988 fino alla Risposta a Quesiti della Conferenza Episcopale Americana circa l’alimentazione e l’idratazione artificiali del 2 agosto 2007. Ha un particolare valore il discorso di Giovanni Paolo II, del 20 marzo 2004 ai partecipanti ad un Congresso Internazionale su “I trattamenti di sostegno vitale e lo stato vegetativo.” In questo discorso il Santo Padre fa due affermazioni fondamentali. In primo luogo, sostiene che: “L'ammalato in stato vegetativo, in attesa del recupero o della fine naturale, ha dunque diritto ad una assistenza sanitaria di base (nutrizione, idratazione, igiene, riscaldamento, ecc.), ed alla prevenzione delle complicazioni legate all'allettamento. Egli ha diritto anche ad un intervento riabilitativo mirato ed al monitoraggio dei segni clinici di eventuale ripresa.” In particolare, vorrei porre l’accento come la somministrazione d’acqua e cibo, anche quando avvenisse per vie artificiali, rappresenti sempre un mezzo naturale di conservazione della vita, non un atto medico. Il suo uso pertanto sarà da considerarsi, in linea di principio, ordinario e proporzionato, e come tale moralmente obbligatorio, nella misura in cui e fino a quando esso dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che nella fattispecie consiste nel procurare nutrimento al paziente e lenimento delle sofferenze. In secondo luogo, Giovanni Paolo II fa la precisazione che tali mezzi ordinari di sostegno vitale vanno assicurati anche a coloro che versano nello “stato vegetativo permanente”, in quanto si tratta di persone, con la loro dignità umana fondamentale. Il Santo Padre conclude indicando che, “La morte per fame e per sete, infatti, è l'unico risultato possibile in seguito alla loro sospensione. In tal senso essa finisce per configurarsi, se consapevolmente e deliberatamente effettuata, come una vera e propria eutanasia per omissione.” Queste parole sono profetiche della morte che ha sofferto Eluana Englaro. Come conclusione vorrei sottolineare che la tragica vicenda di questa povera donna ci deve fortificare nel nostro impegno per proteggere la vita di tutti quelli che sono minacciati dall’Eutanasia in tutte le sue diverse forme. Nel nostro apostolato in difesa della vita possiamo seguire l’esempio e chiedere l’intercessione dei grandi martiri e santi che hanno sofferto per la loro proclamazione della verità. Voce profetiche come San Giovanni Battista, San Atanasio, San Stanislao, San Giovanni Fisher e San Tommaso Moro. Mons. Ignacio Barreiro-Carámbula
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