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C'è qualcosa di molto bello che leggiamo nella sacra Scrittura, lì, dove Dio assicura: "Anche se una madre potesse dimenticarsi di suo figlio, Io non mi dimenticherò di te. Io ti tengo scolpito sul palmo della mia mano. Sei prezioso per Me. Io ti ho chiamato con il tuo proprio nome". Questo è il motivo per cui, appena nasce un bambino, gli diamo un nome: il nome con il quale Dio lo ha chiamato da tutta l'eternità, per amare ed essere amato. Rivolgendo, però, oggi lo sguardo al mondo, ci rendiamo conto che questo piccolo bambino, non ancora nato, lo si è trasformato spesso in bersaglio di morte, di distruzione: è di impiccio, è scomodo e quindi va sterminato. E pensare che a fare questo è proprio la sua stessa madre! Dio dice: "È impossibile per una madre dimenticare, però...anche se una madre dovesse dimenticare... Io non mi dimenticherò di te". Dice Madre Teresa: "Provate ad immaginare ciò: se mia madre non ...
... mi avesse amata, sono convinta che non avreste alcuna Madre Teresa. Non starei qui a rivolgervi la parola, se mia madre non mi avesse amata ". Nel corso degli ultimi secoli l’umanità ha esplorato tutti gli aspetti della violenza, da quella personale, privata, fino a quel rito collettivo sempre più mostruoso e spaventoso che è la guerra., sperimentandone tutto l’orrore. L’ultima frontiera di questa messa in pratica di un odio distruttivo è l’aborto, ovvero l’uccisione di una vita innocente nel grembo materno, e l’eutanasia, cioè l’eliminazione di malati gravi, di disabili, di vite considerate arbitrariamente non degne di essere vissute. Diventa pertanto sempre più urgente sperimentare nuovi percorsi di comprensione e rispetto reciproco nelle società, a partire da un dato che è prima ancora che psicologico antropologico: qual è infatti il contrario della violenza? La pace, verrebbe da dire, ma in realtà la pace è una conseguenza, il risultato di una scelta radicale, di una qualità umana da coltivare con dedizione, attenzione, passione, che è molto di più dello steso “rispetto”, della “tolleranza”, spesso evocate dalla cultura laica. Si tratta di un sentimento che ci è stato insegnato da Gesù Cristo: l’amore al prossimo. Si può contrastare efficacemente e liberamente l’attuale predominante tendenza alla violenza? E’ possibile vivere rapporti non solo non violenti, ma anche carichi di tenerezza, ovvero di rispetto, di attenzione, di passione per l’umanità di chi mi sta accanto? Si possono allevare dei figli all’insegna della tenerezza, facendo in modo che cerchino e realizzino il bene e il buono per sé e per gli altri? Si può avere il coraggio di sperimentare l’amore al prossimo anche nell’organizzazione sociale, del lavoro? La Chiesa Cattolica dice che è possibile. Tutto il Magistero del grande pontefice Giovanni Paolo II è stato orientato a tale sforzo. Giovanni Paolo II in uno dei suoi ultimi discorsi tenuti alla Pontificia Accademia per la Vita disse: «La vita vincerà: è questa per noi una sicura speranza. Sì, vincerà la vita, perché dalla parte della vita stanno la verità, il bene, la gioia, il vero progresso. Dalla parte della Vita è Dio, che ama la vita e la dona con larghezza» (Discorso ai Partecipanti alla VII Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita, 3-III-2001). Anche il suo successore Benedetto XVI ha ricordato che «l'amore di Dio non fa differenza fra il neoconcepito ancora nel grembo di sua madre, e il bambino, o il giovane, o l'uomo maturo o l'anziano. Non fa differenza perché in ognuno di essi vede l'impronta della propria immagine e somiglianza (Gn 1,26)... Questo amore sconfinato e quasi incomprensibile di Dio per l'uomo rivela fino a che punto la persona umana sia degna di essere amata in se stessa, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione» . (Discorso ai Partecipanti alla XII Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita, febbraio 2006). E’ passato giusto un anno da quando l’’Assemblea generale dell’Onu approvò a larga maggioranza una risoluzione per la moratoria contro la pena di morte. Oggi non ne parla più nessuno, e nemmeno l’anniversario di tale risoluzione è stato ricordato. In quella occasione, la Chiesa si era espressa attraverso le parole del cardinale Renato Raffaele Martino, che nel corso di una intervista concessa a "L'Osservatore Romano" aveva spiegato che "i cattolici non considerano il diritto alla vita trattabile caso per caso o scomponibile" . E, aveva aggiunto il cardinale, presidente dei Pontifici Consigli della Giustizia e della Pace e della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, "l'esempio più evidente è quello dei milioni e milioni di uccisioni di esseri certamente innocenti, i bambini non nati". Se è vero «che nessuno uccida Caino»,ovvero chi si fosse reso colpevole anche di delitti gravi, ancora più importante è dunque che non si versi più il sangue di Abele, l’innocente.. Le motivazioni che danno vigore all’impegno per la difesa della vita innocente è anzitutto una questione di giustizia. Nessuno — fu detto e ripetuto da parte di eminenti intellettuali laici in occasione della moratoria sulla pena di morte — ha diritto di sopprimere un altro individuo umano e se è giusto rispettare la vita del colpevole, sia anche e ancor di più rispettata quella dell'innocente. In secondo luogo è un'esigenza della pace: la prima pace, quella che si fonda sulla giustizia (opus iustitiae pax), è quella che rispetta la vita, ferma la mano del boia e arresta anche l'atto che strappa alla vita un bimbo innocente che attende di nascere. La decisione di chi rispetta la vita e di chi aiuta a rispettare il diritto alla vita è il primo no alla guerra. Sarà più facile, dopo, insegnare il rispetto dell'innocenza, della fragilità dei bambini e dei malati gravi, sarà più facile e logicamente spiegabile il rispetto dell'ambiente che è la casa e il patrimonio delle generazioni future e di ogni cittadino. C'è anche un dovere verso la scienza che porta a modificare la legge non soltanto perché la legge è inadeguata nel definire la vivibilità del feto, ma perché la scienza conferma che l'essere umano dal momento del concepimento è un individuo umano. Ci sono ragioni cogenti per chi ragiona con la testa, con il cuore, con la coscienza ed anche con l'economia. Ma si dice che c'è l'istanza della libertà della donna, dell'autonomia della madre: noi sappiamo — tutti lo sanno — che per la donna l'aborto è una sofferenza e una sconfitta della sua maternità. Chi aiuta la libertà della donna ad accogliere liberamente e responsabilmente la vita del figlio, lavora anche e prima di tutto a vantaggio del bene della donna. Perché la libertà vera è quella che rispetta il bene di tutti, adulti e nascituri. Paolo Gulisano
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