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Li chiamano (e si fanno chiamare) cespugli, sfilano per strada nonostante i divieti e rischiando la vita, postano video su Youtube e messaggi su Twitter: oggi la rivoluzione, in Iran, si fa così. Non sono più i tempi delle audiocassette clandestine che portavano la voce registrata dell’ayatollah Khomeini negli anni ’70; adesso tutti possono e devono sapere grazie ai mezzi elettronici. E Internet batte censure e violenze, mostrando e dando voce al grido di un popolo in cerca di libertà. Come si può dire che tre milioni di schede in più rispetto ai votanti non incidono “sostanzialmente” sulla rielezione di Mahmoud Ahmadinejad, il presidente iraniano che ha più volte espresso il desiderio di vedere Israele cancellato dalla faccia della terra? L’ex sindaco di Teheran si proclama rieletto e la censura prosegue. In un paese libero, in una democrazia nel vero senso della parola, la democrazia non esiste. O non dovrebbe esistere, ...
... visto che la circolazione delle idee dovrebbe garantire la maggiore libertà per tutti. Invece i giornalisti stranieri sono stati mandati a casa e leggiamo comunicati ufficiali sui quali è lecito mantenere il beneficio del dubbio. Eppure c’è qualcuno in Iran che resiste nonostante tutto. Forse questa rivolta si spegnerà a poco a poco, forse la gente si ribellerà per davvero: certo è che se gli iraniani decideranno di fare un’altra rivoluzione non sarà stato per colpa dell’America o dell’Inghilterra (grande accusata di questi giorni): sarà semplicemente per la voglia di libertà che appartiene a tutti gli uomini. Paradossalmente, a esportare la democrazia è internet, non le bombe di George W. Bush. Antonino D’Anna
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