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Caritas in veritate. La tranquilla, severa levigatezza del latino offre ancora una volta la possibilità di una riflessione pacata com’è nello stile di questo Papa. E così ecco la sua enciclica sociale sul lavoro, l’economia e la globalizzazione. Un nuovo punto di partenza per la dottrina sociale della Chiesa, una nuova Centesimus Annus, o piuttosto un lavoro onesto e serio di riflessione su questo convulso inizio di secolo e millennio? Per chi ha seguito la genesi della Caritas in veritate, emerge un particolare non da poco. I primi rumors dai sacri palazzi su questo testo sono trapelati nientemeno che verso la fine del 2006, a segnalare un’attenzione di Benedetto XVI su questi temi tutt’altro che superficiale. Ma a quel tempo il Papa era appena uscito dalla pubblicazione della Deus caritas est – prima enciclica dedicata all’amore di Dio - e l’anno dopo sarebbe arrivata la Spe salvi, il secondo testo di Joseph Ratzinger dedicato alla ...
... speranza cristiana. Se aggiungete l’uscita, nel frattempo, del libro dedicato dal Papa a Gesù e il lavoro sul secondo volume che dovrebbe completare il Gesù di Nazaret uscito nel 2007, è facile intendere come il lavoro sull’enciclica sia stato più volte costretto a trovarsi in mezzo ad altri impegni e urgenze. Da ultimo, come ha accennato lo stesso Papa all’inizio di quest’anno, ha deciso di riscrivere la lettera alla luce della crisi economica mondiale. Tutto questo serve a dare un piccolo esempio della nascita complessa di quest’opera. E così arriviamo alla Caritas in veritate: “Senza verità , senza fiducia e amore per il vero, non c'è coscienza e responsabilità sociale e l'agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società , tanto più in una società in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali". Così scrive il pontefice e chiede etica nell’economia. Questa è la risposta che arriva a 18 anni dal dilemma che Giovanni Paolo II si era posto nella Centesimus annus, enciclica nella quale il Papa polacco aveva posto la questione: se il capitalismo così com’è non va, dev’essere riformato. Il problema era capire – specialmente allora, dopo i rutilanti anni ’80 e il collasso del blocco sovietico – in che modo si potesse riformare un sistema che in quel momento storico era più che trionfante e dunque indiscutibile. Il capitalismo aveva abbattuto il muro di Berlino, distrutto l’Unione Sovietica, spinto alla libertà una serie di popoli altrimenti oppressi. La prima elettronica stava invadendo la società e – sebbene il 1993 e la crisi economica non fossero così lontani – ancora nel 1991 si poteva pensare che il capitalismo e la nazione guida di questo sistema, gli Usa, fossero indiscutibili. A Washington sedeva Bush il Vecchio che stava vincendo la guerra contro Saddam Hussein, l’America era uscita rinnovata nella sua potenza militare dopo il Vietnam ed era rimasta l’unica superpotenza al mondo. Quasi vent’anni dopo alla Casa Bianca c’è stato Bush il giovane, l’America non è una superpotenza ammirata e temuta come allora, sono venuti alla ribalta nuovi soggetti come Cina, India, Brasile, che nel 2020 saranno nel G8 (e l’Italia no). C’è stata una crescita incredibile negli anni ’90, seguita dall’11 settembre e lo sconvolgimento delle sicurezze borghesi dell’Occidente. Il lavoro non è più sicuro, non è possibile programmare un domani, l’interinale e il precariato hanno polverizzato una generazione intera, quella dei trentenni. E la popolazione invecchia. Ecco il monito del Papa: senza verità , senza etica nell’economia, senza insomma la rincorsa del profitto fine a se stesso, potremmo riuscire a costruire una società più giusta e uscire dalla crisi. È un principio coraggioso, nobile e onesto. Il problema è capire se e quanto il capitalismo sia ormai succube del culto di se stesso per capire che è ora non di decrescere, ma di crescere in maniera più sensata e corretta. Vedremo. Antonino D’Anna
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