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L’Organizzazione Mondiale della Sanità dice che tutti i paesi si dovranno fornire dei vaccini per l’influenza suina che, secondo i suoi dati, è ormai una pandemia. Ossia un contagio inarrestabile. Prima bisognerà vaccinare medici e infermieri, poi donne incinta, persone affette da malattie croniche e bambini sopra i cinque anni. In Italia, scrive l’Ansa il 14 luglio, “Il ministero del Welfare ha annunciato che dal 9 luglio scorso sono stati confermati nel nostro paese altri 38 casi di influenza A/H1N1. IN particolare dal 24 aprile "si sono complessivamente verificati 224 casi”. Sembra tutto sotto controllo, per il momento. Ancora: secondo alcune ricerche pubblicate sulla rivista Nature, questo virus sarebbe simile a quello della spagnola, l’influenza che alla fine della Grande Guerra imperversò in tutto il mondo. Peraltro i centenari sarebbero al sicuro, visto che – scrive sempre l’Ansa – “Gli anziani che sono sopravvissuti alla spagnola ...
... sembrano possedere uno scudo protettivo contro la nuova influenza”. Parliamo di persone centenarie o giù di lì, visto che la spagnola colpì attorno al 1918. Nel frattempo in Inghilterra qualche mamma “furba” organizza feste in cui i bambini si possono contagiare allegramente per stare un poco a casa. Questo virus, questa pandemia, dovrebbero spingere tutti noi ad una riflessione. Anche qui torna in mente il richiamo all’etica nell’economia lanciato dal Papa nella sua ultima enciclica. Tutto questo, dalla vacca pazza all’influenza dei polli, nasce dagli squilibri nella catena alimentare umana, dallo spingere a tutta birra sulla produzione e il profitto. L’essenziale è produrre di più, non importa a quale prezzo. Se poi il prezzo è la vita di innocenti consumatori non importa, rientra nel rischio del business. Abbiamo bisogno di una nuova evangelizzazione dell’economia: Ogm, allevamenti “industriali” che devono produrre pena la morte del profitto senza rispettare consumatori e animali, sono l’espressione della nostra avidità. Come vedete rischiamo tutti di morire strozzati. Dal nostro stesso cibo. Antonino D’Anna
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