| Domande sulla condizione umana degli insegnanti e degli studenti - Modalità dell’esistere nella scuola e nel mondo |
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... i propri averi come maschera sopra il proprio volto. Che si identificano nelle proprie cose. Che, tolte le proprie cose, non saprebbero più chi sono. Che vivono per le proprie cose. Vivono per avere. Sono quello che hanno. Se non hanno niente, non sono niente. Persone senza lavoro. D’altra parte, persone che sono il proprio lavoro, che si identificano in esso. Il lavoro, come pure il denaro, non è forse uno strumento, un mezzo? A volte diventa un fine. Non si lavora per vivere, ma si vive per lavorare. E così pure non si mangia per vivere, ma si si vive per mangiare; non si ha per vivere, ma si vive per avere. E cosa significa “vivere”? Vivere “umanamente”? Persone che desiderano essere “importanti”. “Importanti” per chi? Per cosa? Persone che desiderano essere “utili”. “Utili” a chi? A cosa? Persone che coprono il proprio vuoto con l’esercizio della propria intelligenza, della propria tecnica, della propria forza. Persone che riempiono il proprio niente con il proprio fare, con il proprio agire. Persone che finiscono con l’essere quello che fanno, la cui identità finisce con l’essere il proprio agire. Ma cosa significa “essere”? Tolto il proprio fare, il proprio agire, cosa resta? Il fare non è forse un aspetto visibile dell’essere? L’agire non è forse una voce dell’essere? Ma l’essere non può forse anche essere senza voce? O decidere di non parlare? Pur continuando ad essere? L’essere non può forse avere anche degli aspetti non visibili? Non può forse decidere di non mostrarsi? Pur continuando ad essere? Persone che vivono. Nascono, si sviluppano, muoiono. Che senso ha la vita umana? Persone che amano. Amano chi? Amano cosa? Amano come? Amano perché? Cosa significa “amore”? E come è una persona senza amore? Si può vivere per amore o vivere per amare? Si può amare un “tu” che non sia in qualche modo specchio, ombra, maschera o proiezione del proprio “io”? Ci può essere un “io” senza un “tu”? L’ “io” può esistere senza passare attraverso un “tu”? Chi sono “io”? Chi sei “tu”? “Amore”. Ha senso parlare di “amore” all’interno di un mondo fisico, chimico, biologico regolato da leggi naturali di causa-effetto, da relazioni causali di tipo necessario? Questa parola, “amore”, non presuppone forse una realtà che supera le logiche dell’intelligenza, dell’utile e del necessario? Persone che imparano, persone che insegnano. Ciascuno di noi non sa forse quello che ha imparato, e non agisce forse in relazione a quello che sa? Cosa fa, come agisce, momento per momento, questo o quell’insegnante, per questo o quello studente; come si interpreta, come si vive momento per momento questo o quell’insegnante, questo o quello studente? Quali modalità dell’amare e del desiderare possiamo osservare o ipotizzare nelle scuole? Al di fuori delle logiche e dei linguaggi dell’utile e del necessario, rimane qualcosa nelle scuole? Si riesce, in qualche modo, a fare salva la libertà di chi impara e di chi insegna? La mente di chi impara e di chi insegna, la mente di ciascuno di noi, agisce all’interno di leggi necessarie oppure le supera? È possibile una metodologia di apprendimento e di insegnamento diversa da quelle del premio e del castigo, della carota e del bastone? Fino a che punto? I poveri bussano alle porte dell’opulenza. Problemi nelle distribuzioni delle ricchezze. Ma quali povertà, quali ricchezze? Chi è il povero, chi è il ricco? Siamo come animali d’allevamento o da sfruttamento? Viviamo in un mondo in cui non è possibile essere se non sfruttatori o sfruttati, dominatori o dominati, vincitori o vinti, padroni o servi? Africa, Sud-America, Asia. Tecniche di agricoltura e di allevamento, tecniche di lavoro più produttive, di maggiore efficacia ed efficienza. Tecniche. Tutto è nelle mani delle tecniche? Tutto diopende dalle tecniche? Le tecniche sono diventate padrone del mondo e “dio” per tutti e per ciascuno? Le tecniche mediche, ingegneristiche, agrarie, industriali; perfino le tecniche psicologiche di controllo e dominio della mente, della vita delle persone. Ma le tecniche, sia singolarmente intese che nel loro insieme, non sono in grado di rendere felice nessuno, non lo sono mai state nè mai lo saranno. L’intelligenza tecnica umana non dà felicità, nè amore, nè niente di importante e significativo. Hitler e i nazisti avevano una grande intelligenza tecnica, tanta da far paura. Erano forti della loro intelligenza tecnica. L’intelligenza che produce medicine è la stessa che produce armi. L’intelligenza che organizza il lavoro è la stessa che organizza le guerre. L’intelligenza che fa e distribuisce il pane è la stessa che fa e somministra il veleno. L’intelligenza che aiuta è la stessa che ruba e che imbroglia. L’intelligenza che guarisce è la stessa che uccide. L’intelligenza delle cose materiali agisce in un ambito totalmente, radicalmente differente da quello propriamente umano. Perfino l’istruzione, intesa come addestramento tecnico, come insegnamento relativo alle cose, che si può ottenere benissimo anche per mezzo di macchine come i computer, i televisori, le radio, i registratori, è del tutto inutile alla felicità e all’amore umani. Certamente il benessere non coincide con la felicità nè con l’amore. L’ “amore”. Anche l’ “amore” a volte viene inteso in modalità tecnica, come qualcosa di misurabile nell’ambito di criteri utilitaristici. L’ “amore” è sempre anche un “voler bene”. Ma quale “bene”? Il bene che si può comprare con i soldi? Il bene che possono offrire le varie tecniche mediche, ingegneristiche, agrarie, industriali; il bene che alcune tecniche psicologiche dicono di poter dare? Un bene cosificato, di consumo, che si può usare e sfruttare? Ma un bene che, per sua stessa natura, di per sé non è in grado di renderti felice, nè di renderti capace di amore, è un bene?
Ci sono persone che muoiono per la fame, per le malattie, per le guerre, per i delitti, perfino per la tristezza, per la mancanza di voglia di vivere. Che fare? Non è risolvendo questi problemi che si risolve il vero problema, che è propriamente esistenziale, relativo alla condizione umana in quanto tale. Non è eliminando la fame, le malattie, le guerre o i delitti che si rendono felici le persone, nè capaci di amore. Con questo non voglio dire che non dobbiamo preoccuparci della sopravvivenza, dei beni materiali necessari alla sussistenza ed a una sussistenza dignitosa. Voglio però dire che una persona può anche morire felice, amando ed essendo amata. Una persona può essere vittima della fame, della malattia, della guerra, del delitto e nonostante questo può essere felice ed amare; mentre una persona che non solo non soffre né la fame, né la malattia, né la guerra, né il delitto, ma addirittura si trastulla nel lusso di ogni comodità, non per questo è sicuro che sia felice e che sperimenti la realtà dell’amore, proprio perché il benessere non è una garanzia di un reale “star bene”, “star bene” con se stessi, con gli altri e con il mondo. Leggo che l’ “umanesimo” e l’ “umanitarismo” non sono ancora morti. Ne deduco che il culto dell’uomo è ancora vivo. Alcuni continuano a credere che l’ “uomo” sia fine a se stesso, un “uomo” inteso come “cosa” o “macchina”, un “uomo” i cui desideri sono relativi al benessere materiale, alle cose. Poi ti ritrovi davanto ad un ricco o ad un intellettuale depressi, tristi, suicidi e giri pagina, continui a inseguire anche tu il benessere materiale tuo proprio o di qualcun altro a cui tu pensi di voler bene (il suo benessere materiale). Le politiche, ingenue quanto pericolose, dell’ “umanesimo” e dell’ “umanitarismo”, si illudono che cambiando le forme o le modalità di governo possa servire a qualcuno; non si rendono conto che ciò che conta, in politica, è la realtà esistenziale di chi governa, sia esso uno o siano pochi o siano molti o siano tutti. La politica “umanistica” o “umanitaria” si arma delle tecniche dell’intelligenza umana e si illude di trovare in esse la risposta ai “bisogni” dell’ “uomo”. In realtà, non fa altro che imbavagliarli e metterli a tacere. Perché questi “bisogni” non sono “cose”, come l’ “uomo” non è una “cosa”. Oltrepassano le realtà sensibili. Superano il mondo fisico, chimico, biologico, sociale. Si aprono su altro, sul quale l’intelligenza tecnica non ha possibilità di azione. Cosa è necessario e sufficiente alla felicità e all’amore, non si sa. Sfugge alle logiche umane, oltrepassa le possibilità di controllo tecnico, supera i criteri di misura, di osservazione, di sperimentabilità, non si fa vedere, non si fa sentire, non si fa toccare, resta in una trasparenza o in uno sfondo delle cose che non si lascia prendere, afferrare, dominare, cosificare. E tutte le nostre psicologie, tutte le nostre tecniche psicoanalitiche o psicoterapeutiche sono psicologie senza amore e senza felicità, psicologie incapaci di dare amore e felicità, psicologie che si accontentano di dare false consolazioni, false equilibrazioni, false soddisfazioni, spiegazioni incomplete e parziali, limitate a quanto non solo non è sufficiente, ma neanche necessario. E allora, che fare? La domanda suona sul “fare”. Non sull’ “essere”. E sul “che”, ovvero sul “cosa”. Non ci si chiede: “Come essere?”. In quale modalità dell’esistenza vivere, in quale modo dell’esistere stare, in quale atteggiamento interiore camminare, verso quale fine dirigerci, verso quale realtà aprirci, chi o cosa essere, e come esserlo? Dipendenze e fughe. Verso chi, verso cosa, perché? “Disadattamenti”. Che bella parola! Come dire: “Tu devi adattarti, per forza”, “tu non puoi e non devi mettere in discussione le situazioni nelle quali ti trovi, le cose che osservi intorno a te”. Ti si indica la felicità nell’adattamento. Meglio ti adatti, più sei felice. Se non ti adatti, soccombi, diventi vittima, e ne soffri. Questo ti si dice. Ti si insegna ad adattarti. Adattarti alle cose che ti circondando, alle situazioni in cui ti trovi. Si cerca un “buon” lavoro. Si cerca un “buon” stipendio, un “buon” orario di lavoro (meno lavori, meglio è), un “buon” tipo di lavoro (più è facile, meglio è; più è prestigioso e stimato, meglio è). Poi si finisce con l’identificare la persona con il suo lavoro. E si finisce col pensare, implicitamente, che chi non ha, o non fa, un “buon” lavoro, non è una “buona” persona, non ha niente da dire, non la si ascolta, non ha niente da insegnare, se non in via negativa: “non fare come lui”, “non fare così, se non vuoi diventare come lui”, “se non studi, se non ti impegni, finirai come lui”. Nelle scuole, gli insegnanti finiscono col trasmettere, esplicitamente o implicitamente, valori etici e morali di questo tipo. Finiscono col diventare strumenti di controllo sociale e di inculcazione nelle menti dei bambini di questa mentalità tecnicistica, utilitaristica, vuota di felicità, di amore, di umanità. Non sempre. Ma a volte sì. Per il resto, la scuola, per molti anni, è obbligatoria. Fino all’età di sedici anni, tu sei obbligato, costretto a lasciarti somministrare queste iniezioni violente di presunte “verità”. Ti si insegna a pensare come i tuoi insegnanti, i quali a loro volta hanno imparato a pensare come i loro insegnanti, tutti ripetitori meccanici gli uni degli altri. Non tutti. Ma alcuni sì. Ripetitori, copiatori, imitatori, obbedienti seguaci di obbienti seguaci.
Davanti a se stessi e al mondo, siamo tutti uguali. Uguali a chi? Uguali a cosa? È la nostra condizione esistenziale, interiore, a renderci uguali. Per quante cose ci possano arricchire e distanziare da chi è nella miseria e a stento sopravvive, ci si sperimenta momento per momento sempre con la stessa realtà interiore, con lo stesso “io”, e ci si accorge sempre più persi nelle proprie cose, dipendenti da esse e nascosti a se stessi dalle cose, ci si accorge di desiderare sempre più cose e sempre migliori cose e si ha sempre meno tempo o capacità di amare e di sperimentare quella felicità che non c’entra assolutamente niente con le cose che si comprano, si usano, si consumano, e che non bastano mai, quella felicità che prescinde dalle cose o le supera, le oltrepassa, le attraversa. C’è sempre meno silenzio. C’è sempre più rumore, e confusione. Le musiche, le parole, perfino le cose assordano e instupidiscono. Perfino gli insegnanti, delle scuole di qualsiasi ordine e grado, sono sempre più incapaci di silenzio, di stare in silenzio, di dare esempio di come si possa stare in silenzio e di dare spazi di silenzio agli studenti. Si parla, si parla, si parla, senza nemmeno ascoltarsi. Si parla tanto per parlare. Si riempie il proprio nulla di parole. Vuote. Le parole diventano vestiti del nulla. E ci si stufa subito del vestito che si è dato al proprio vuoto, subito gliene si fa un altro, e un altro, e un altro ancora; magari sempre uguali; e questi vestiti per certi aspetti sembrano ragnatele, dove al posto delle mosche si vogliono catturare e mangiare le persone e le cose. Si vuole avere. Avere tutto. Le cose, le persone. Possedere. La fame è senza fondo. “Mio”. Dove la “M” nasconde, e annulla, l’ “io”. La domanda è sulla modalità dell’ “io”. Del “mio” io, del “tuo” io, del “nostro” io, e di un “semplicemente” io. Un “io” insegnato, un “io” imparato, un “io” comunicato, trasmesso, corretto o rinforzato (bastone e carota). La domanda è sulla condizione esistenziale di questo “io” e sulle sue modalità di esistenza, visibili o nascoste. Mi piace ricordare un passo di una poesia lirica della letteratura quechua del periodo coloniale: Mamayri runayawasqa // Para, phùyuj sunqollanpi, // Phuyu jina muyunàypaj, // Para jina waqanàpaj. Mia madre nel mezzo delle nubi // E della pioggia mi ha concepito, // Per vedermi vagare come le nubi, // Per vedermi piangere come la pioggia. (Arawi, colecciòn Méndez, in Adolfo Caceres Romero, Nueva historia de la literatura boliviana, vol. I: literaturas aborigenas: Aimara, Quechua, Callawaya, Guarani, Editorial Los Amigos del Libro, La Paz-Cochabamba 1987, pp. 169-70, traduzione italiana mia). Mi piace ricollegarlo con un altro passo di un’altra poesia della letteratura callawaya del periodo repubblicano: Manacha yacharqancuchu // phuyu jina muyunaita // manacha yacharqancuchu // para jina waqanaita. Non avranno previsto // che sarei andato a vagare come la nube // non si saranno immaginati // che sarei andato a piangere come la pioggia. (Wajcha wawa, in Adolfo Caceres Romero, Nueva historia..., cit., p. 327, tr. it. mia). Il tragico può essere vissuto nel pianto, e il pianto è come pioggia: può trasformarsi in alluvione, oppure innaffiare il terreno e farlo fiorire; può essere una mano della morte o una mano della vita. In un mondo tragico anche le scuole si fanno teatro tragico della vita, gli insegnanti e gli studenti si fanno attori di un teatro tragico. Ma il tragico è al tempo stesso comico. Le stesse cose, viste in prospettive differenti e complementari, possono fare piangere come pure fare ridere. La condizione esistenziale di vita di tutti e di ciascuno è tragica e, al tempo stesso, comica.
“Sei bravo. Sai fare tante cose, le sai fare bene e in modo veloce”. “Non sa fare niente. È inutile”. Saper fare. In modo veloce. Tu sei il tuo fare. Nel momento in cui, per qualsiasi motivo, tu non fai, volentieri ti si vuole morto. Gli anziani, i malati, gli sfortunati della vita vengono interpretati come inutili, non li si vuole. Il lavoro, da mezzo e strumento, diventa fine a se stesso: si finisce per vivere per lavorare, e non per lavorare per vivere. Perfino la religione è vista o come un di-più, un lusso, non necessario e non sufficiente, di cui si può benissimo fare a meno; oppure come un aiuto alle altre cose della vita, in un’interpretazione utilitaristica della religione, in una visione magica e superstiziosa del mondo: ovvero, una religione in cui si crede in un Dio che ti aiuti nel tuo benessere materiale, nella salute, nel lavoro, negli affetti, o quanto meno, a titolo consolatorio, che ti dia almeno il paradiso quando sarai morto, che ti ripaghi delle tue insoddisfazioni almeno in un’altra vita. Una religione dell’ “uomo” e per l’ “uomo”, cioè inventata dall’ “uomo” per il suo comodo e il suo piacere, per suo uso e consumo. L’uomo-cosa, l’uomo-sigaretta. La vita umana stessa è fatta per essere usata e consumata, come una sigaretta. Fumati la tua vita traendone il massimo piacere possibile e con la minore fatica possibile. Fumati il mondo come meglio riesci. Vai a scuola, impara a fumarti te stesso e le cose del mondo. Scuole di fumo. Scuole di fumatori. “Fai questo, fai quello; non fare questo, non fare quello; hai fatto tanto, hai fatto poco; hai fatto veloce, hai fatto lento; hai fatto tutto, non hai fatto niente”. Così nelle scuole, come nelle case e nelle strade. “Questo insegnante è bravo: ha molti titoli, ha scritto molti libri, ha partecipato a molti convegni”. Già. Sei bravo nella misura in cui produci. Magari hai scritto solo centinaia di pagine copiate da altri libri. Magari hai scritto sciocchezze. Però hai scritto. E, quindi, sei bravo. Chi, invece, se ne sta pazientemente a fare ricerca libera, disinteressata, ma non si rende visibile e controllabile attraverso cose che si possono vedere, toccare, misurare, valutare e giudicare, è un inutile, un cattivo insegnante. Quante pagine ha fatto leggere agli studenti? Quante cose hanno imparato? Sono cose utili? Avranno successo nella continuazione dei propri studi e nella propria vita? Il mondo si fa mercato, e le persone si fanno merci e commercianti. Commercianti di alimenti, di vestiti, di oggetti, ma anche di tecniche di produzione, di pensieri, di valori etici e morali; perfino commercianti di amore, di felicità e di verità. Tutti ci facciamo commercianti e merci. Gli insegnanti sono merci utili a produrre altre merci utili, i loro studenti. Gli insegnanti sono pagati per trasformare gli studenti che gli si affida in nuovi produttori, in nuove merci, in cose utili. Un po’ come se le menti dei loro studenti fossero dei computer e loro fossero dei programmatori e dei tecnici di questi computer. Un po’ come se fossero degli addestratori di animali da lavoro. E come capobranchi di lupi affamati. In un mondo in cui si è tutti contro tutti, in gara a chi ha di più e meglio, in cui ci si butta tutti addosso a un osso, pronti a eliminarsi a vicenda. Questo teatro viene coperto con una maschera, quella delle buone maniere, attraverso cui si addomesticano le bestie in competizione tra loro. Le scuole si fanno scuole di sopravvivenza e di sopraffazione o di riscatto. Ti si mette in una scuola con la speranza che ti aiuti a non essere da meno degli altri nella gerarchia spietata dei ruoli e delle funzioni sociali, nella corsa al lavoro più remunerativo. Tu sei lì per corrispondere alle aspettative di chi ti ha messo lì e ti vuole in un certo modo. Tu sei messo in una gabbia insieme ad altri, in cuii sarete tutti come polli di allevamento e lupi pronti a godere gli uni degli insuccessi degli altri; tu da quella gabbia non puoi uscire. Ne uscirai quando, finito il percorso scolastico, andrai a cercare lavoro. E lì si vedrà se sarai stato addestrato bene, sufficientemente armato, se sarai in grado di procurarti il tuo osso del benessere materiale, di riempirti la pancia e il portafoglio, di farti rispettare e obbedire oppure se ti lascerai calpestare e sopraffare da altri, costretto in un rapporto di dipendenza, sudditanza e servilismo. Le scuole in cui i valori etici e morali sottointesi sono quelli del successo, della ricchezza, del benessere, del prestigio, dell’utilità. Non tutte le scuole, forse. E ci saranno degli insegnanti che faranno eccezione. Questo però non toglie che il quadro generale è questo. È un quadro dove in primo piano, e sullo sfondo, si vede una macelleria, la macelleria delle guerre, delle guerriglie, dei delitti; dove solo qua e là, nei chiaroscuri nascosti nel sangue, si scorge qualcosa di diverso. Sbrana, o sarai sbranato. Difendi il tuo osso. Usando, se possibile, le buone maniere e rispettando, se possibile, le leggi. L’osservanza delle buone maniere e il rispetto delle leggi risultano, in genere, il modo più sicuro di difendere il proprio osso e di sbranare. Cerca amici in chi ti può aiutare a trovare un buon osso e a difenderlo. Mostrati amico a chi ti può aiutare e anche a chi vuoi sottrarre l’osso e togliere di mezzo dal tuo passo. Mostrati forte anche quanto ti senti debole, mostrati sicuro anche quando sai di essere insicuro, mostrati felice e soddisfatto anche quando non lo sei, mostrati utile e attirerai l’attenzione, il favore, l’aiuto di chi vedrà in te una possibilità di guadagno, di tornaconto. Nascondi il tuo ghigno in un sorriso, nascondi il tuo coltello dentro la giacca, vela il tuo sguardo feroce di gentilezza, di pacificità, di affettuosità, di bontà. Proclàmati umanista e umanitario. Dichiara valori etici e morali belli e buoni. Nascondi la tua fame in belle e buone parole. Sappi adattarti agli ambienti in cui ti trovi, mimetizzarti e padroneggiare il tuo territorio. Sii furbo. Questo è quello che, implicitamente, viene insegnanto in molte scuole, da molti insegnanti. Scuole di zanzare travestite da api laboriose. Scuole di pidocchi travestiti da foprmiche laboriose. Scuole di lupi, di serpenti, di ragni travestiti da animali mansueti e da creature angelicate. I programmi didattici, le programmazioni educative-formative, le teorie e le pratiche curricolari sono ragnatele per mosche, ragnatele che brillano nella loro geometricità. L’insegnante-ragno insegna agli studenti-ragni a fare ragnatele, a catturare prede e a mangiarsele. Tutte le scoperte scientifiche e le invenzioni tecniche della storia umana si sono dimostrate insufficienti, non necessarie e inutili. Ancora oggi, nonostante tutti gli immaginari progressi materiali, chi può dirsi felice non può dirsi tale sulla base del proprio benessere materiale, chi fa esperienza dell’amore non lo fa oggi più o meglio di chi lo faceva ieri. La condizione esistenziale umana di oggi non è migliore di quella di tremila anni fa. L’amore e la felicità sono realtà che non vengono accresciute, migliorate o perfezionate dallo sviluppo tecnico-scientifico.
È possibile una scuola senza ragnatele? È possibile un insegnante che non sia ragno insegnante di ragni? È possibile una scuola senza lupi? È possibile un insegnante che non sia lupo insegnante di lupi? È possibile una scuola senza predatori né prede? Senza padroni né servi? È possibile una scuola che sia libera e disinteressata? È possibile una scuola inutile? Una scuola dell’inutile? È possibile solo una scuola dell’utile? Ci interessa solo il misurabile, il calcolabile, lo spendibile, l’utilizzabile? Il pensiero ci interessa solo nella misura in cui può produrre benessere materiale? Ci interessa solo la pratica, e la teoria solo nella misura in cui può tradursi in pratica, essere applicata come tecnica produttiva di cose da usare? È possibile desiderare al di fuori del “mio” io e del “mio”? In quale modalità possiamo pensare il nostro “io” e il nostro “mio”? Come possiamo leggere il teatro del mondo e la scuola, che ne è specchio, maschera, ombra, proiezione? Come possiamo interpretare il comportamento degli attori che si muovono in questo teatro? È possibile uscire da questo teatro? Come, noi che ora siamo adulti, siamo diventati quello che adesso siamo? Come abbiamo imparato le cose che oggi sappiamo? Come abbiamo trovato, o costruito, quei valori etici e morali e quelle interpretazioni delle cose e delle situazioni che oggi formano il nostro modo di pensare, di essere e di stare nel mondo? Siamo quello che siamo liberamente o per una successione di momenti necessari, di relazioni causa-effetto? La scuola dalla quale siamo uscitoi così come siamo è stata una scuola di lupi, di serpenti e di ragni? È stata una scuola di polli d’allevamento? I nostri insegnanti in quale modalità dell’esistere e del pensare ci hanno tenuti? Cosa ci hanno insegnanto, e come? E noi, oggi, a nostra volta insegnanti, stiamo continuando a fare le stesse cose che i nostri insegnanti avevano fatto con noi? Cosa insegno, come lo insegno, e come? In cosa credo, e in cosa no? I miei metodi e le mie tecniche di insegnamento sono ragnatele? I contenuti del mio insegnamento sono ossa e mosche? Sono come un ragno che costruisce ragnatele e insegna a costruirle, che mangia mosche e insegna a mangiarle? Sono io libero, nel mio insegnare? Cosa significa essere “libero” nell’insegnare? Sono i miei studenti liberi, nel loro imparare? Cosa significa essere “liberi” nell’imparare? Siamo liberi o costretti? Siamo liberi o obbligati? Siamo liberi o schiavi? Costretti, obbligati, schiavi di cosa o di chi? Liberi da cosa o da chi? Ci piace essere armati o disarmati? Ci piace armarci o lasciamo da parte le armi? Ci piace costruirci metodi e tecniche di spiegazione, di controllo e di previsione delle cose e del mondo? Ci piace costruirci muri di difesa dagli eventi del mondo? Siamo in grado di vivere senza aremi e senza muri, senza spade e senza scudi concettuali che ci separano dall’altro-da-noi, dal non-io e dal non-mio? Prendiamo le parole, i concetti, i linguaggi e le teorie e li usiamo come armi e muri, come spade e scudi? Oppure ci lasciamo parlare dal mondo come pioggia e come fiori, nella modalità di parola delle nuvole che nel cielo ci si mostrano sempre uguali e sempre diverse, ci si mostrano in forme che istante per istante si trasformano e rimandano in se stesse a un’infinità di significati e, al tempo stesso, si richiamano a un’infinità di significati contrari, opposti, nuvole che si fanno pioggia e grandine e neve, nuvole che vengono dalle acque della terra e che ad essa tornano, anche come mari e laghi nelle quali si specchiano sia le nuvole stesse che le cose del mondo? Quali sono le modalità dello stare al mondo di chi insegna e di chi impara? Noi nelle nostre aule di scuola siamo metafore di un mondo di desiderio, di paura e di realtà? Siamo noi stessi, noi insegnanti o noi studenti, domande aperte sulla storia? Chi siamo, e dove andiamo? Come pensiamo, e perchè? Quale tipo di danza, o di ballo, facciamo fare alla nostra mente con il mondo? Le nostre scuole sono nelle modalità della danza e del ballo, del canto e della poesia, del gioco e del teatro, del pianto e della risata, della tragedia e della commedia? O sono nella modalità dell’intelligenza artificiale, della programmazione informatica, della progettazione ingegneristica, della pianificazione razionale di tutto, delle metodologie e delle tecniche di impossessamento e sfruttamento del mondo, di uso e consumo di tutto, di spremitura e imbottigliamento della vita propria e di quella degli altri, di controllo e padroneggiamento di ogni cosa per via di gabbie concettuali? Nella modalità del bersi un bicchiere di vino o del fumarsi una sigaretta? Andrea Muni
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I. Ricchezze e povertà del mondo della scuola Il deserto dell’Africa. Desiderio di acqua. Cataclismi. Desiderio di sicurezza. Rivolte, guerre e stragi. Desiderio di pace. Il desiderio nasce da una mancanza. Come si può desiderare qualcosa che già si ha o che già si è? La mancanza è un male? Il desiderio è buono? Presenza-assenza: e in mezzo? Cosa c’è nel “tra” la presenza e l’assenza? E nel “dentro”? L’assenza si fa presenza. Si fa sentire. E produce. Produce desiderio. Desiderio di altro da sé. La presenza si fa assenza. Non si fa sentire. E non produce. Si nasconde. Lascia parlare l’altro da sè. I problemi delle povertà materiali del mondo, dei gruppi e dei singoli. Persone senza soldi, senza acqua, senza alimenti, senza casa, senza vestiti. E, d’altra parte, persone che hanno tutto. Ma che non sono niente. Che usano le proprie cose per coprire il proprio niente. Che coprono col proprio tutto il proprio niente. Che usano ...

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