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Commento all'editoriale di Dalla Torre, pubblicato su Avvenire il 15 Agosto 2010, sulla libertà religiosa Stampa E-mail
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Pontifex.RomaIn un editoriale pubblicato su Avvenire, nel numero di domenica 15 agosto, il Professor Giuseppe Dalla Torre tratta il tema della libertà religiosa, prendendo spunto dall'eccidio di medici e infermieri cristiani perpetrato di recente in Afghanistan per mano di alcuni estremisti islamici.  La tesi del noto studioso è suggestiva: poiché - egli dice - il cristianesimo prescrive la sequela a Gesù ("cristoconformazione") la religione cristiana è caratterizzata in modo essenziale dalle opere di carità; tanto che "anche laddove quei medici e quegli infermieri non avessero avuto con sé Bibbie e non intendessero affatto fare opera di proselitismo, la loro uccisione sarebbe ugualmente una grave violazione della libertà religiosa". Questa interpretazione, espressa nel "quotidiano dei cattolici italiani", mi sembra poco in sintonia coi fondamenti della dottrina cattolica. Non discuto che la carità sia, delle tre virtù teologali, quella che più chiama in causa ...

... la libertà del cristiano, così da metterlo in relazione diretta con Cristo. E comprendo anche la sottile correlazione stabilita dall'Autore tra il concetto di libertà religiosa (storicamente limitato alla manifestazione esteriore della fede) e il concreto esercizio delle opere di carità. Tale nesso, infatti, ha il merito di espandere i confini della tutela politica delle religioni, favorendo legislazioni e correnti d'opinione votate alla pace tra i popoli.

Trovo, tuttavia, che l'equiparazione perentoria tra fede cristiana e opere di carità, originata da un fatto storico che interessa persone di religione cattolica, annetta indebitamente il significato (carità) nel significante (fede), rischiando di dilatare il primo fino a svilire il secondo. Se, infatti, facciamo coincidere col filantropismo l'essenza del cristianesimo -  e se, per farlo, consideriamo la cristianità da un'angolatura puramente funzionale, valorizzando in modo preminente le realizzazioni umane - allora rischiamo a mio avviso di avallare interpretazioni equivoche (se non distorsive) della Dottrina della Fede per come la intendiamo nella nostra Tradizione. 

In primis, la Fede in Cristo Figlio di Dio, già solo in una lettura oggettiva delle Sacre Scritture, giustifica il credente e solo su quella base fonda i valori della sua esistenza. L'atto di adesione del cristiano, infatti, pone inizio a un cammino pedagogico, nel quale devono certamente cogliersi i riflessi della fede in Cristo, compendiati dal comandamento dell'Amore; ma nessun autonomo valore si riconosce alle opere in quanto tali.  Da questo punto di vista, se è vero - come scrive Dalla Torre citando il Vangelo di Luca - che non costituisce merito "amare i nostri amici", men che mai  si potrà giudicare il cristianesimo (o la liberta del cristiano) in base alla quantità e alla qualità estrinseca di azioni compiute (sempre in Luca troviamo scritto "fate del bene e prestate senza sperarne nulla", quindi senza aspettarsi che il bene sia in sé il corrispettivo della salvezza).

Quel che rileva, diversamente, è l'autenticità della sequela a Cristo, misurata - solo da Dio Onnipotente e non già da improvvisati "tribunali terreni" - secondo la partecipazione all'intero Mistero Divino, nella cui contemplazione l'osservanza dei sacramenti costituisce il postulato di qualunque opera pia, dalla più eclatante alla più astratta. E' quindi proprio la possibilità di partecipare ai sacramenti che distingue e caratterizza la libertà religiosa di un cristiano. Sarebbe ben curiosa, del resto, la situazione di un cristiano che, in una qualsiasi parte del mondo, potesse serenamente esercitare la sua carità nelle fila di un'associazione volontaristica, ma fosse tuttavia a rischio di morte per il semplice fatto di voler andare a Messa, o di leggere la Bibbia in strada! Una simile differenza di trattamento proverebbe che il nucleo politico-sociale della libertà religiosa assume un significato centrale nella tutela del fedele, mentre l'aspetto teologico e fideistico diventa di fatto irrilevante.

Non mi sembra una conseguenza accettabile! Pertanto, in un'ottica cristiana, il fatto di perseguitare dei cristiani in base alla loro "formale" appartenenza religiosa  è ben più grave che mancare di rispetto al valore (elevatissimo, ma di per sé generico) della Carità.

Del resto, l'identificazione del cristianesimo (e, peggio, del cattolicesimo) con  la generica "attività caritativa" comporta il rischio ulteriore di confondere in un unica categoria culturale tutte quelle dottrine religiose, politiche e sociali che fanno dell'"amore per il prossimo" il loro precetto fondamentale. Si allarga così la via alla deriva neoterica dei"crisitani senza Chiesa", oggi presenti ovunque: prontissimi a rivendicare nei fatti il loro amore per Cristo (o anche per una "entità superiore non meglio definita") a patto che tale adesione non esiga il rispetto di obblighi o precetti. Che bigotti, noi poveri baciapile, che ogni domenica ci battiamo il petto nelle parrocchie per sfoggiare - a chissà quale scopo - il nostro culto da sepolcri imbiancati!  Brevissimo è, da lì,  il passo verso il politeismo, il sincretismo e le religioni "fai da te", tanto condannate dal Santo Padre in molte occasioni.  

D'altro canto, è vero quel che scrive Dalla Torre in chiusura di articolo: Benedetto XVI indica nella carità "il fine e non il mezzo" della religione cristiana. Al conseguimento di tale fine ultimo, però, non sono affatto indifferenti la forma e i mezzi comandati da Dio.  La Chiesa ha quindi bisogno di strutturarsi e diffondersi per insegnare la Parola di Cristo e aiutare gli uomini a maturare la Fede. Solo così si possono creare - spesso dal nulla - le condizioni umane e culturali di una autentica vita cristiana. E' notorio che in molti contesti (specie in Africa), il sacro zelo missionario dei vari Servitori di Cristo sopperisce all'assenza di adeguate condizioni politico-ambientali e permette alla Chiesa di compiere opere splendide, nonostante le mille difficoltà. Ma ciò non sposta l'essenza del problema: se, infatti, si colpisce la funzione pedagogica e pastorale della Chiesa, non ci si limita a vulnerare l'amore quale tratto essenziale della sequela a Cristo; ben più gravemente, si offende la libertà religiosa nel suo autentico e primario manifestarsi e si umilia il Credo degli uomini, quale che sia il loro vissuto sociale, etico e individuale.

Lorenzo Petruzzi


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